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Riforma del Terzo Settore. Va bene, ma lo Stato pretende di intervenire ben oltre l'asticella della trasparenza. Intervista a Claudia Fiaschi, portavoce del Forum nazionale del Terzo Settore (05/09/17 13:58)

Per più di 300.000 associazioni che fanno riferimento al cosiddetto “terzo settore” sembra giunto il momento della svolta. Un paio di mesi fa sono stati varati dal Consiglio dei Ministri i decreti attuativi della riforma di un comparto che recentemente ha conosciuto non pochi problemi e vicissitudini. La nuova normativa - spiega il dicastero - "mette a disposizione del Terzo settore risorse pari a 190 milioni che saranno investite in nuovi incentivi fiscali, nella nascita di un Fondo progetti innovativi, nello sviluppo del Social bonus, nel lancio dei Titoli di solidarietà, oltreché in un incremento della dotazione del Fondo per il Servizio civile in modo da accrescere, anche per il 2018, i posti disponibili per i giovani che lo vogliono fare". Abbiamo chiesto a Claudia Fiaschi, portavoce del Forum nazionale del Terzo Settore di dire la sua su questa importante iniziativa governativa. Quale sarà l’impatto generale della riforma sul Terzo settore? Come Forum - organizzazione alla quale aderiscono 81 tra i principali enti di Terzo settore italiani che operano negli ambiti del volontariato, dell'associazionismo, della cooperazione sociale, della solidarietà internazionale, della finanza etica e del commercio equo e solidale - vi reputate soddisfatti?La riforma era un processo che aspettavamo da anni: era assolutamente necessario dare riconoscimento e regolazione a un settore che da decenni, nel nostro Paese, rappresenta un motore di sviluppo sociale ed economico. La legge 106/2016 fa proprio questo, rendendo finalmente il Terzo settore una categoria giuridica oltre che sociologica, e riconoscendo l’identità e il ruolo degli enti nella costruzione di un modello di sviluppo inclusivo e sostenibile. L’impatto generale, quindi, soprattutto dal punto di vista culturale, è grande. Più nello specifico, invece, per avere un’idea concreta di come la riforma cambierà la vita quotidiana delle organizzazioni sarà necessario aspettare ancora un pò: oltre ai decreti legislativi adottati nei mesi scorsi, sono previsti oltre 30 ulteriori provvedimenti. Finora possiamo ritenerci soddisfatti: gran parte delle nostre richieste sono state recepite dal Governo e dal Parlamento, e la riforma va nella direzione che auspicavamo, ovvero di una maggiore trasparenza e valorizzazione del Terzo settore. Ci sono alcuni aspetti che reputiamo migliorabili, ma confidiamo nei decreti attuativi, che dovranno vedere la luce entro il prossimo anno, per realizzare alcune modifiche. Intanto uno dei decreti più corposi della riforma è già stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale nel luglio scorso: quello che riguarda il Codice del Terzo settore. Quali sono le principali novità? E quali le criticità?Il Codice introduce una disciplina organica, sia civilistica che fiscale, per gli enti di Terzo settore. E’ in esso, quindi, che troviamo ad esempio le norme per l’acquisizione della personalità giuridica delle organizzazioni e l’elenco dei settore di attività nei quali possono operare. Di particolare importanza è l’introduzione del Registro unico nazionale del Terzo settore, al quale possono iscriversi solo quegli enti che adempiono determinati obblighi di trasparenza e rendicontazione, e che speriamo serva a superare l’attuale frammentazione degli oltre 300 registri presenti sul territorio italiano. Con il Codice, inoltre, viene riconosciuto per la prima volta il ruolo delle reti associative, alle quali viene attribuita una funzione di monitoraggio e autocontrollo, e c’è l’apertura agli strumenti di finanza sociale. Sono tutti aspetti, questi, che abbiamo accolto favorevolmente, insieme al riordino dei Centri di servizio per il volontariato, le agevolazioni fiscali per chi dona e le misure di sostegno a Fondazioni, APS e OdV. Dal punto di vista delle criticità, invece, abbiamo notato soprattutto l’eccessivo intervento normativo nella vita degli enti: un intervento che va oltre le esigenze di trasparenza e di cui, per questo, non comprendiamo la motivazione. Resta inoltre aperta la questione degli enti sportivi dilettantistici, che rischiano di essere tagliati fuori dalla categoria di associazioni di promozione sociale e, quindi, dal Terzo settore. Questi ed altri aspetti li abbiamo prontamente segnalati al Governo, e ci aspettiamo che ci sia margine di miglioramento in sede di stesura dei decreti attuativi che verranno. Passiamo alla questione dell’impresa sociale: prima della riforma questa categoria non era compresa all’interno del Terzo settore. Cosa comporta la sua entrata a pieno titolo tra gli altri ETS?Le nuove norme disegnano la via italiana all’impresa sociale: d’ora in poi, chi vorrà svolgere attività di interesse generale usando gli strumenti “tradizionali” dell’economia potrà farlo e sarà anche incoraggiato a farlo, visto che è prevista la defiscalizzazione di utili e avanzi di gestione e quella del capitale investito (seppur con alcuni limiti). Si tratta di una possibilità di grande rilievo, che rappresenta il presupposto per il “decollo” di uno strumento che finora ha riscontrato scarso successo in Italia: le imprese sociali sono circa 1.300, mentre le cooperative sociali oltre 12.000. In sostanza il Governo punta a fare dell’impresa sociale il volano di crescita e sviluppo di un’economia inclusiva e sostenibile, affiancandola alla cooperazione, che comunque continuerà a operare negli ambiti in cui storicamente è impegnata (come la sanità o la formazione), oltre ad averne di nuovi.Il 5X1000 è uno strumento relativamente recente (risale a circa 10 anni fa) ed è stato subito apprezzato dalle associazioni. C’era bisogno di riformarlo?E’ vero, il 5X1000 è apprezzato sia dagli enti di Terzo settore (per molti dei quali rappresenta uno strumento fondamentale di sopravvivenza), sia dai contribuenti, visto che ogni anno sono in media 16 milioni gli italiani che decidono di destinare parte delle loro imposte a fini sociali. Però c’erano diversi aspetti critici: ad esempio non erano ben definiti i soggetti che meritavano realmente di accedere allo strumento, i tempi di erogazione dei contributi erano lunghissimi (circa 2 anni) e c’era il problema della concentrazione delle risorse verso pochi, grandi enti. La nuova norma apporta senz’altro dei correttivi: viene accelerata l’erogazione dei contributi, è introdotto l’obbligo di rendiconto per garantire la trasparenza sull’utilizzo delle risorse e viene semplificata l’iscrizione all’elenco dei beneficiari. Insomma sì, il legislatore ha fatto bene ad intervenire.  
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