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"Cgil, tutte le contraddizioni e il non detto nell'analisi del segretario generale Landini", intervento di Federico Giusti (09/04/21 07:18)

l Manifesto non ne azzecca una da anni e per vivere, quello che un tempo era un giornale comunista, ha baciato rospi e ingoiato amari bocconi giustificando l'ingiustificabile magari in nome della lotta alle destre. Numerosi giornalisti e collaboratori del quotidiano, nel corso del tempo, sono stati messi alla porta quando i loro corsivi erano troppo indipendenti dalla linea editoriale, cosi' ritroviamo una testata che vivacchia tra illeggibili e snob pagine culturali, il sostegno ala Cgil e a quanto resta della sinistra parlamentare, ai Fratoianni di turno che mentre si dicono oppositori e alternativi a Draghi fanno accordi per liste comuni con il Pd alle prossime elezioni politiche. L'intervista de Il Manifesto si prefigge due obiettivi: sposare in toto la linea della Cgil e nascondersi dietro al principale sindacato italiano per occultare il sostegno all'attuale Esecutivo. Ma veniamo all'intervista di Landini provando a individuarne alcune macroscopiche contraddizioni... La svolta ecologista di un sindacato per 40 anni ha subito se non avallato l'inquinamento in nome della difesa dei posti di lavoro. In questi giorni leggiamo della intraprendenza di Sindaci e Governatori in lizza per suggerire opere e gradi opere con i soldi del Recovery . Molte delle opere proposte per "il rilancio del paese" sono frutto dei desiderata delle imprese e di Confindustria, su queste opere la Cgil ha speso ben poche parole adagiandosi ai voleri delle associazioni datoriali ovviamente in nome della difesa del lavoro. Non è certo da oggi che il lavoro sia precario, frutto delle decennali controriforme, la precarietà non si combatte a parole e men che mai sostenendo le posizioni padronali sulla centralità del tempo determinato (senza causali e senza limiti nei rinnovi), nè tanto meno con il sistema degli appalti e dei subappalti e il dumping contrattuale alimentato in nome della rappresentanza. Asserire che l'attuale modello di crescita è giunto al suo epilogo significa analizzare innanzitutto il modo di produzione capitalista e la natura della crisi. Non è la pandemia ad avere sancito la crisi del modello di sviluppo e la rottura di ogni equilibrio con la natura ma poi, anche se volessimo prendere per buona questa considerazione, Landini dovrebbe spiegare come sia concepibile la posizone della Cgil sull'Ilva con questa rinnovata fede ecologista. La crisi della democrazia è sancita da decenni di accumulazione capitalista che ha anche determinato il restringersi degli spazi di partecipazione e di democrazia, anzi molte delle "indicazioni " del potere finanziario andavano verso questa direzione nascondendo disegni autoritari dietro ricette economiche. Chi si erge a difesa della democrazia dovrebbe spiegare come sia possibile avere accettato, senza alcuna mobilitazione reale, l'innalzamento dell'età pensionabile con la Fornero, avere sottoscritto l'accordo sulla rappresentanza nel lavoro privato nel 2014 oppure, qualche settimana fa, l'intesa sulla Pubblica amministrazione che si basa sul potenziamento della performance contrapponendo vecchi e nuovi assunti. Se si vuole difendere gli spazi di partecipazione e di democrazia si deve operare conseguentemente ma di questo ovviamente Landini non parla approfittando della ospitalità de Il Manifesto per elargire lezioni, tante parole alle quali siamo da tempo abituati ma mai seguite da fatti conseguenti. Il concetto di limite tanto caro a Landini, ossia la fine dello sfruttamento delle risorse naturali, è funzionale alla giravolta della Cgil che oggi sposa il capitale green (o delle rinnovabili) in contrapposizione al capitalismo fordista, delle nuove forme di sfruttamento connesse al capitale ecologista non si parla come del resto si tace sul capitalismo della sorveglianza e sugli algoritmi che si vorrebbe correggere e indirizzare a fin di bene (!) in nome di una democrazia ormai svuotata delle sue prerogative pregnanti. La cultura della decrescita e del riuso sono forse la nuova frontiera ideologica della Cgil insieme alla firma di ogni accordo e contratto possibile in nome della rappresentatività? Prendiamo ad esempio il tema della formazione, quella formazione permanente che dovrebbe indurre il capitale pubblico e privato a investire in ricerca , scuola, sanità e appunto formazione. Ma quest'ultima non è a costo zero e quando diventa prioritaria a pagarla sono i contribuenti e gli stessi lavoratori con quella pessima trovata dei contratti di espansione. Cosa significa poi passare dalla produzione di beni di consumo individuali a beni di consumo collettivi? Il mercato ci inonda di merci, esalta il valore dell'individuo ma poi lo schiavizza ai dettami del capitale. Landini guarda con interesse alle grandi ristruttuazioni urbane sulle quali saranno investiti parte dei soldi del Recovery e qui entrano in gioco i poteri forti dei Sindaci rispetto ai quali il segretario Cgil non spende una parola. Quale immagine di città abbiamo? Prendiamo spunto da Lefebvre o dagli immobiliaristi? Tema dirimente perchè analizzare la rigenerazione urbana significa criticare radicalmentel’impatto avuto dalla produzione capitalistica sulla organizzazione dello spazio urbano con la sua stessa mercificazione, la città dentro logiche capitalistiche è divenuta parte integrante delle logiche di scambio e profitto. Esiste qualche idea sul rapporto tra città e campagna e soprattutto pensiamo a modelli alternativi a quelli che hanno cementificato intere aree urbane costruendo centri storici ad uso e consumo del commercio e del turismo? Per Landini occorre mettersi in rete per arricchiere la capacità contrattuale, belle parole che stridono con la perdita di potere di acquisto e di contrattazione da 40 anni ad oggi. Tutti gli accordi sottoscritti dalla Cgil vanno nella medesima, ostinata e antietica direzione a quella auspicata da Landini per non parlare poi del welfare aziendale e del secondo modello di contrattazione dove si potenziano sanità e previdenza integrativa in linea per altro con i dettami di Confindustria . Il superamento della precarietà non è il risultato di contratti da fame e di legislazioni costruite per favorire le imprese. è piuttosto il risultato del rovesciamento di 40 anni di politiche in materia di lavoro, politiche avallate dalla Cgil. ossia dal protagonismo degli operai alla loro subalternità al capitale con l'attivo sostegno dei sindacati. L'idea di Landini è la classica e vecchia ricetta della socialdemocrazia tedesca, dei sindacati nei consigli di amministrazione delle società e delle multinazionali con l'ulteriore perdita di potere contrattazione e l'abbandono definitivo di ogni dinamica contrattuale. Non è la Costituzione ad essere rimasta fuori dai cancelli dei luoghi di lavoro, dentro quei luoghi è entrata la Costituzione che sancisce il primato e l'autonomia della impresa, la centralità e inamovibilità della proprietà privata rispetto al controllo a fini sociali dell'economia, la Carta del pareggio di Bilancio che ha sancito la sconfitta di sanità e scuola pubblica con la strage da coronavirus e l'abbandono scolastico di tanti giovani con percentuali elevate e superiori a tutti i paesi della Ue eccetto la Grecia dove la istruzione è stata letteralmente devastata. Il compromesso della Carta è defintivamente fallito nel momento in cui è stato introdotto prima il Pareggio di bilancio e dopo la sostenibilità finanziaria e non ci pare che la Cgil abbia mosso un dito per contrastare la grande trasformazione orchestrata in nome dell'UE. Una legge sulla rappresentanza non significa riportare la democrazia nei luoghi di lavoro ma sancire invece il monopolio della contrattazione dei sindacati firmatari di contratti, quei contratti che la Cgil ha sempre sottoscritto isolando nelle aziende i suoi stessi delegati contrari, delegittimandoli o sospendoli dai loro incarichi all'occorrenza. E contro i sindacati di base, sempre in nome della rappresentanza, è stata lanciata una autentica fatwa. E una eventuale legge sulla rappresentatività partirebbe proprio dall'estensione dell' accordo sulla rappresentanza che democratica non è. L'idea del sindacato di strada diventa strumento atto a trasformare il sindacato e il blocco sociale che rappresenta in alleato della grande trasformazione all'ombra del Recovery ma tacendo sulle merci di scambio imposte dalla Ue. Le disuguaglianze alimentate dal neo liberismo sono state accentuate fino alla pandemia e l'ultimo anno le accentuerà ulteriormente proletarizzando ampie porzioni di quello che fu il ceto medio. Il sindacato dei cittadini tanto caro alla Uil sanciva la fine della contraddizione tra capitale e lavoro, oggi Landini pensa a sindacati del territorio magari per compiacere il terzo settore, il dumping salariale sancito dal sistema degli appalti e delle cooperative. Aprire vertenze territoriali significa trasformare i soggetti sociali in protagonisti attivi e conflittuali ma di questo non c'è traccia nella analisi di Landini tutta costruita all'insegna della rimozione del conflitto non senza avere ripreso e scimmiottato qualche vecchia massima di Ingrao (il lavoratore non produce solo merci). Se vogliamo ricostruire il protagonismo del mondo del lavoro la strada da intraprendere resta quella del conflitto del lavoro contro il capitale, al contrario Landini pensa che tutto possa avvenire in maniera indolore (perchè non lo va a dire ai lavoratori della Fedex in sciopero contro i quali la Cgil di Piacenza ha condotto una lotta senza quartiere salvo poi accorgersi che le volontà della multinazionale Usa erano quelle di chiudere i magazzini dove piu' elevata è la conflittualità sindacale?) Con la crisi dei partiti di sinistra, la Cgil si candida a prendere il loro posto in nome della difesa dei corpi intermedi e con essa pensa ad una santa allenza con il terzo settore dove operano i volontari al posto di forza lavoro contrattualizzata. Da qui parte anche l'idea di un nuovo sindacato unitario con Cisl e Uil arrivando a esaltare i consigli di zona e i consigli di fabbrica degli anni settanta che furono distrutti dal compromesso storico e dalla svolta dell'Eur che la Cgil sostenne in nome della politica dei sacrifici. E quelle esperienze furono espressione di rapporti di forza, della pressione del biennio 1968\9, non certo di compromessi sociali in funzione anti conflittuale. “Unire cio' che è diviso” conclude Landini ma poi che significherà? Per noi ad esempio porre fine al sistema degli appalti e a contratti diversificati nello stesso luogo di lavoro, per Landini sicuramente no visto che la Cgil ha sottoscritto la moltiplicazione dei contratti molti dei quali, ad esempio il multiservizi, finalizzato a ridurre il costo del lavoro favorendo processi di privatizzazione ed esternalizzaizone. Raccogliere la complessità del mondo del lavoro è una sfida da raccogliere ma non nell'ottica di rimuovere ogni elemento conflittuale del lavoro rispetto al capitale, ecco spiegata la principale contraddizione insita nelle dichiarazioni di Landini. Quando si parla di nuovi diritti finiamo poi nel ridicolo, i diritti sono sempre gli stessi, quelli a esistenze dignitose, a salari non da fame, a ridurre l'orario di lavoro a parità di salario, a impedire la svendita dei beni comuni, a non subire le modalità del lavoro improntate a riduzione salariali e a sfruttamenti intensivi sotto forme all'apparenza edulcorate. Al contempo alcuni ex sindacalisti della Cgil , svestiti i panni sindacali e indossati quelli di managers pubblici o ex parlamentari del Pd, li ritroviamo a guidare aziende partecipate che quei beni comuni li hanno mercificati e qui le enunciazioni nuoviste stridono con la realtà consolidata, quella della totale subalternità, nella rimozione del conflitto, del sindacato all'impresa e ai processi di ristrutturazione della Ue.
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