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"Roma, dobbiamo essere noi ad occupare i luoghi dove si decide il futuro di questa città". Intervento di Alessandro Luparelli (01/09/20 07:58)

Con la decisione di Virginia Raggi di ricandidarsi alle prossime elezioni di giugno 2021 è partita la corsa per il Campidoglio e per i 15 municipi che compongono Roma. L’esito, tuttora incerto, di questa tornata elettorale sarà determinante per il futuro della città, quindi diventa urgente iniziare a entrare nel merito di una campagna elettorale che si svilupperà nei prossimi mesi e che finirà per coinvolgere l’intera cittadinanza. Roma, la città più grande e complicata del paese, è una città messa male. Basta uno sguardo distratto per capire che non è facile viverci. A maggior ragione, un’analisi approfondita rileva un contesto urbano sfibrato, disgregato, di una città cresciuta senza regole, in cui gli abitanti si spostano gradualmente verso periferie prive d’identità, di connessione e di accesso a servizi pubblici efficienti. Roma cade a pezzi, soffocata da un impoverimento senza precedenti, con un forte incremento di nuove povertà post Covid, sommersa da problemi strutturali e di difficile soluzione che vengono da lontano, da un mondo globale che sembra aver lasciato dietro di sé la Capitale, incapace di rinnovarsi. La possibilità di riscatto da una situazione già gravemente compromessa è ostacolata ulteriormente dall’abbandono della politica, ormai assente da troppo tempo. Da anni, la città risente della mancanza di un’efficace pianificazione e programmazione degli interventi strategici. La città fallisce ogni giorno. Basti pensare ai tre bilanci ancora non approvati di AMA, all’infinito cantiere della metro C o alla chiusura delle fermate sulle linee A e B, allo sbando in cui versa complessivamente l’azienda del trasporto pubblico ATAC. Basti pensare inoltre alla drammatica emergenza abitativa, alle condizioni dei servizi sociali o della sanità pubblica. Si assiste all’intreccio perverso e ciclico di amministrazioni incapaci e interessi imprenditoriali famelici che depredano lo spazio pubblico della città senza trovare ostacoli. Tutto ciò senza ricevere il contrasto che meriterebbe da parte di una politica il cui disincanto e la cui inadeguatezza hanno superato la soglia di guardia. Chiunque subentrerà nella gestione del governo troverà una situazione devastata, lavorerà in condizioni al limite. Ci vorranno competenze, credibilità e grande coraggio per invertire la rotta. La metamorfosi in peggio di Roma va infatti osservata attraverso le dinamiche che si sono sviluppate tra giunte e costruttori, tra finanza e nuovi poteri forti che con il loro esercizio negli anni hanno soppresso e rideterminato la forma stessa della città, lasciandola in un’eterna sospensione tra incanto e squallore, aspettative e timore inarrestabile di declino. Dopo le giunta di destra Alemanno, quella breve e complicata di Ignazio Marino e dopo cinque lunghi anni di mal governo della giunta Raggi, Roma non può reggere a un’altra amministrazione ostile, distaccata, incapace e dannosa per la città. Dal prossimo giugno, Roma non potrà essere governata da un sindaco fascio-leghista. Non possiamo lasciare il campo libero, dobbiamo rompere gli indugi e partecipare a queste elezioni per non subire esiti irreversibili e pericolosamente fatali. Per questo abbiamo scelto di impegnarci nel campo largo delle forze politiche democratiche e progressiste, unite in una coalizione plurale di centro sinistra, cercando di occupare lo spazio a sinistra del PD, con un soggetto civico, ecologista, solidale e di sinistra, portando il nostro importante contributo da subito e con entusiasmo, iniziando ad aggregare le forze sociali più dinamiche. Il dibattito pubblico e la conseguente narrazione politica della città si sono impoveriti drammaticamente. Oggi il dibattito su Roma è relegato soltanto all’ordinario: se passeranno a ritirare i rifiuti sotto casa, se le mense delle scuole saranno aperte, se la metro funziona o l’autobus passerà, se il parco è aperto e l’erba è stata tagliata o il rogo tossico divamperà anche stanotte, se la movida ci farà dormire e se la buca davanti casa è stata tappata. Di fronte a questa perdita di forma, etica ed esistenziale della città, del senso e della consapevolezza della visione stessa che Roma ha di sé, la politica nicchia e si mostra incapace di agire e tracciare una via. Ma Roma è una città viva che al suo interno contiene eccellenze e innovazione, saperi e produzioni che devono essere valorizzate, in funzione del lavoro e della creazione di sevizi destinati a nuovi bisogni, in funzione della continua ricerca della bellezza e della collettività. Penso al diffuso sistema culturale che è patrimonio di questa città, ai musei e ai teatri, al cinema con gli studios di Cinecittà e il Centro Sperimentale di Cinematografia; ai prestigiosi centri di ricerca nazionale, alle sue tre università, vere e proprie fabbriche della conoscenza; ai poli sanitari pubblici Umberto Primo e Tor Vergata; al grande complesso industriale di eccellenza e innovazione che pure esiste nel comparto aerospaziale; alla grande diffusione di parchi contornati dal vasto agro romano che fanno di Roma il comune più verde d’Europa. Per non citare l’immenso patrimonio pubblico in disuso e troppo spesso messo in svendita, oltre all’incommensurabile patrimonio storico-archeologico che rappresenta il grande valore aggiunto della nostra città, troppo spesso confinato a un turismo di massa, frivolo e circoscritto al solo centro storico, asservito al profitto di pochi. Ma non solo, Roma è abitata da numerose realtà sociali autorganizzate, da comunità solidali e territoriali, da centinaia di associazioni, esperienze culturali e comitati, da strutture del terzo settore e dell’impresa sociale. Questa parte prominente di città è stata l’antidoto al declino culturale e l’argine alle destre e alle speculazioni dei privati anche nelle periferie più estreme della città. Ormai questo tessuto emergente non svolge soltanto la funzione di pressione nei confronti delle amministrazioni ma al suo interno ha sviluppato conoscenze e aggregato persone ultra competenti. Queste realtà sono diventate offerte di vere e proprie proposte e soluzioni possibili per la città. A questi si devono aggiungere le vertenze portate avanti dai lavoratori e dai sindacati, soprattutto della scuola, delle aziende municipalizzate e dei servizi, che con le lotte e gli scioperi hanno dato voce a piattaforme, troppo spesso trascurate dall’amministrazione, ma che contengono già alcune importanti soluzioni per il funzionamento dei servizi essenziali. Queste realtà e i movimenti che attraversano con migliaia di giovani le piazze e le strade di Roma hanno bisogno di rappresentanza; penso alle generazioni di Fridays for Future, Black Lives Matter e Non Una di Meno, al mutualismo solidale diffuso, laico e cattolico, che si è attivato con coraggio durante la chiusura per l’emergenza del Covid. Possono essere loro stessi rappresentanza, superando la dicotomia tra politico e sociale. Per questo abbiamo deciso di impegnarci e di aprire uno spazio plurale e accogliente come Liberare Roma, per dare cioè una risposta che a sinistra stenta ad arrivare ma che di fatto nella città già esiste. Si tratta di far incontrare e mettere insieme la profondità delle esperienze che si sono manifestate in questi anni sui territori, con le pratiche di buon governo municipale come quella manifestatesi in VIII Municipio con Amedeo Ciaccheri , coi saperi, le capacità e le competenze di cui Roma è piena. In questo vediamo il presupposto non solo per rifondare una sinistra alternativa e non minoritaria, ma anche per affrontare il tema principale a cui ogni città deve una risposta: come rispondere alla crisi economica e sociale del lavoro, all’impoverimento costante e progressivo che stiamo vivendo, ossia come fermare le disuguaglianze ridistribuendo la ricchezza, attraverso una seria riconversione ecologica della città, per renderla competitiva, vivibile, rispettosa dell’ambiente e della salute al tempo stesso. A questa tornata elettorale, tra meno di un anno, ci saranno due ipotesi contrapposte che si ritroveranno al ballottaggio per la nomina del nuovo sindaco. Da una parte c’è chi sceglie il tema della sicurezza e della legalità intesa come intervento e rafforzamento dei sistemi sicuritari, raccogliendo consensi tra quei numerosi cittadini che oramai hanno perso la fiducia nelle istituzioni e nella funzione della politica di poter incidere sulla qualità della vita delle persone. Ovvero chi pensa di doversi sottrarre allo Stato per sopravvivere, schivandolo e all’occasione fregandolo, chi crede ormai che l’unica funzione possibile della politica locale sia quella di controllare e far rispettare regole e leggi, relegando al governo la funzione che svolge un amministratore condominiale e al sindaco il ruolo basilare di sceriffo della città. Questi sono coloro che impronteranno la loro campagna sul decoro urbano e la lotta all’immigrazione e alla marginalità sociale, diffondendo odio e vergogna. Poi ci sono anche coloro che dicono che chiunque va al governo della città finisce per farsi i fatti propri, quelli che dicono che destra e sinistra sono la stessa cosa, che c’è bisogno di altro; sono l’antipolitica, sono i nuovi populisti, inesorabilmente ostili verso i conflitti e scollegati dalla complessità dei processi sociali reali. Dall’altra parte invece ci sono coloro che hanno sostenuto l’opposizione all’attuale governo della città, da sinistra, e sono soprattutto loro che possono far rinascere un’altra città dalle macerie in cui versa. C’è uno spazio politico da costruire con tante e tanti. Per farlo dobbiamo realizzare un fronte permanente per la difesa della città pubblica contro gli appetiti dei potentati privati, per una città ecologica e dialogante che sappia ricucire i nessi, distrutti dall’amministrazione pentastellata, con le tante associazioni e realtà territoriali, con i diversi corpi intermedi, con i sindacati e i movimenti conflittuali. C’è quindi da costruire una nuova alleanza dal basso, per rivendicare e ottenere vere risorse per Roma dal governo centrale e il completamento di una riforma di Roma metropolitana che restituisca un ruolo cardine alla capitale e ai 15 municipi che la compongono. Nel farlo, soprattutto in questo tempo che ci separa dalla elezioni, non possiamo essere subalterni o impotenti nei confronti della propaganda populista di una destra pesante, reazionaria e razzista. Non lo possiamo essere però neanche di fronte alle scelte politiciste delle segreterie di partito, calate dall’alto in attesa che un candidato di spessore e dalle capacità indiscutibili salti fuori. Dobbiamo rivendicare un confronto ampio con tutta la città, evitando un dibattito egemonizzato dal ceto politico di funzionari e tecnici. Dobbiamo rivendicare le primarie di coalizione, delle idee e dei candidati, come possibilità per iniziare a smuovere le coscienze, anche in periferia, aprendo varchi che ora si presentano ancora troppo stretti e inaccessibili per battere le destre e i populisti. A quanti sono impegnati ogni giorno nella difesa dei diritti di questa città, a chi ama Roma e le sue contraddizioni e potenzialità, e tutti i giorni si impegna in prima persona per la sua trasformazione, dico che dobbiamo sganciarci dalla logica della delega, per cui qualcuno, questa volta, in queste condizioni, debba o possa ascoltare le nostre richieste dal basso per renderle programma politico! Dobbiamo essere noi ad occupare i luoghi dove si decide il futuro della città. Essere noi il programma, attraverso candidature pregne di significato e percorsi politici aperti, partecipanti, espressione dei conflitti e delle pratiche virtuose che in questi anni hanno saputo parlare alla città, anche nei momenti più difficili. Se ci riuscissimo, se alle elezioni portassimo il risultato, non faremmo la rivoluzione ma apriremmo qualche sentiero per accorciare le distanze, dotandoci di alcuni strumenti fondamentali per continuare ad avanzare.*Portavoce di Liberare Roma
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