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"Non รจ vero che siamo tutti uguali di fronte al Covid". Intervento di Chiara Saraceno (Repubblica) (04/05/20 10:52)

Non è vero che siamo tutti uguali di fronte al Covid 19. Non lo siamo rispetto al rischio di contagio, perché alcune professioni e condizioni di vita espongono più alcuni di altri. Riguarda, ovviamente, le professioni sanitarie, ma riguarda anche le commesse, gli addetti alle pulizie delle strade, alla raccolta dei rifiuti, i trasportatori, tutti coloro, con professioni non prestigiose e pagate relativamente poco, che nelle settimane della chiusura hanno continuato a lavorare in "presenza". Non siamo uguali neppure di fronte all'esperienza del "restiamo in casa", non solo perché qualcuno la casa non ce l'ha, ma anche perché "casa" si declina molto diversamente e per qualcuno significa vivere stretti, talvolta in situazioni precarie. « tare in casa" significa una costrizione insopportabile per S il 41% dei bambini e ragazzi che vive in abitazioni sovraffollate, con disagi che spesso si sommano ad altri. Non siamo uguali neppure di fronte alla perdita di reddito e al rischio di povertà provocati dalla chiusura di gran parte delle attività produttive. Qui le disuguaglianze sono molteplici. I più a rischio sono i giovani, vuoi perché avevano più spesso contratti temporanei o precari, vuoi perché stavano per entrare nel mercato del lavoro quando tutto si è chiuso. Come era già successo con la lunga crisi finanziaria iniziata nel 2008 e non ancora conclusa, sono le generazioni più giovani le più colpite e quelle che porteranno più a lungo le ferite. Sono più a rischio di non rientrare al lavoro le donne degli uomini, perché l'apertura selettiva delle attività produttive riguarda settori a prevalenza maschile e perché la persistente chiusura dei servizi sociali, educativi e delle scuole pone molte lavoratrici di fronte alla antica necessità di decidere tra lavorare fuori casa o rimanere a casa senza stipendio. Ma sono anche più a rischio molte categorie di lavoratori autonomi rispetto ai lavoratori dipendenti (a tempo indeterminato) e, tra questi, più quelli nel settore privato che nel pubblico. A più rischio di tutti sono coloro che lavoravano solo nell'economia informale, non per vocazione all'evasione fiscale, ma per mancanza di alternative. Il lockdown, lungi dall'aver ridotto le disuguaglianze, le ha allargate, aggiungendovene di nuove come paradossale, ma non inaspettata, conseguenza di scelte pubbliche per fronteggiare la pandemia. Il forte aumento della povertà assoluta — quella che comporta l'impossibilità di mettere insieme il pranzo con la cena, di far fronte alle bollette, all'affitto — e le caratteristiche dei "nuovi poveri", evidenziati da osservatori come la Caritas e altri soggetti che in queste settimane hanno cercato di fronteggiarla, mostrano quanto incidano queste molteplici disuguaglianze. Rendono ancora più inaccettabile il ritardo con cui gli aiuti sono programmati e ancora di più resi effettivamente disponibili, la loro frammentazione categoriale che continua a distinguere tra più, meno o affatto "meritevoli" di aiuto, nonostante non vi sia alcuna responsabilità individuale in quanto è accaduto e anzi i singoli sono letteralmente impotenti di fronte alle decisioni prese in nome della sicurezza collettiva. Il vizio tutto italiano di fare graduatorie tra i poveri e di considerarli come persone tendenzialmente inaffidabili, quando non pigre — che ha dato il peggio di sé nel dibattito sul Reddito di cittadinanza — continua a fare danni anche oggi, quando la povertà è chiaramente prodotta da circostanze al di fuori del controllo individuale e per decisione dell'autorità pubblica in nome del bene collettivo. Emerge nel dibattito attorno al Rem, a chi darlo, a come distinguerne i beneficiari da quelli del Reddito di cittadinanza. Ma riguarda anche la puntigliosa distinzione tra chi ha diritto a quale tipo di sostegno, in base non al bisogno, ma alla categoria di appartenenza. Intanto le file alla Caritas e agli altri centri di aiuto si allungano e, insieme alle disuguaglianze, aumenta il malcontento.
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