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Venezuela, gli Stati Uniti sono pronti ad altre pressioni: sanzioni e revoca dei visti (13/03/19 21:05)

Gli Stati Uniti sono pronti a indurire ulteriormente la pressione sul governo venezuelano di Nicolas Maduro. Lo ha detto l'inviato speciale della Casa Bianca, Elliott Abrams, nel corso di una conferenza stampa rilanciata dai media regionali. "Molto presto verrà revocato un gran numero di visti e nei prossimi giorni, ci saranno nuove e significative sanzioni", ha detto Abrams, segnalando che d'intesa con i paesi che hanno riconosciuto Juan Guaidò come presidente ad interim del Venezuela, gli Usa "continueranno a lavorare" per trovare una soluzione alla crisi venezuelana. Abrams ha inoltre parlato del ritiro del personale diplomatico nel paese, conseguenza del fatto che la situazione a Caracas "è notevolmente peggiorata nelle ultime settimane".La crisi in corso in Venezuela ha visto un'escalation dopo che lo scorso 23 gennaio il presidente del parlamento venezuelano Juan Guaidò, 35 anni, ha prestato giuramento come capo dello Stato ad interim, nel corso di una manifestazione nazionale convocata per “ripristinare l’ordine costituzionale del paese”. Una vera e propria autoproclamazione che subito dopo ha incassato i riconoscimenti, tra gli altri, del presidente degli Stati Uniti Trump, del brasiliano Jair Bolsonaro e del segretario generale dell’Organizzazione degli stati americani (Osa) Almagro. Si sono aggiunti poi altri paesi latinoamericani, tra i quali l’Argentina, il Cile, la Colombia e il Perù. Guaidò ha quindi ottenuto il riconoscimento di alcuni paesi europei. Il 5 marzo, il governo del presidente Donald Trump aveva prolungato di un anno la dichiarazione "di emergenza nazionale" per il Venezuela, adottata per la prima volta nel 2015 sotto l'amministrazione dell'allora presidente Barack Obama. La dichiarazione di "emergenza nazionale" è uno strumento che garantisce al governo di comminare sanzioni verso un paese, in determinate circostanze, anche oltre quanto autorizzato dal Congresso. A fine febbraio Washington aveva revocato i visti di 49 funzionari "allineati a Maduro e alle loro famiglie". Poche ore prima aveva varato sanzioni nei confronti di sei elementi delle forze di sicurezza venezuelane, accusati di aver impedito lo scorso 23 febbraio l'ingresso dei cosiddetti aiuti umanitari nel paese.  Il 25 febbraio il dipartimento aveva varato sanzioni nei confronti dei governatori di quattro stati venezuelani, "coinvolti in casi di corruzione" e responsabili di aver "bloccato l'ingresso degli aiuti umanitari nel paese", aggravando la "crisi umanitaria in corso, causata dall'illegittimo regime di Maduro". Nel mirino della Casa Bianca finiscono Jorge Garcia Carneiro, governatore dello stato di Vargas, Rafael lacava (Carabobo), Ramon Carrizales (Apure) e Omar Prieto (Zulia), tutti esponenti del Partito socialista unito del Venezuela (Psuv). Il dipartimento blocca gli asset da questi posseduti negli Stati Uniti e pone il veto a transazioni commerciali e operazioni finanziarie che li coinvolgono. Lo scorso 28 gennaio il governo di Donald Trump ha annunciato la decisione di imporre sanzioni contro la compagnia petrolifera venezuelana Pdvsa e la sua controllata Citgo, raffineria di base negli Stati Uniti di proprietà della venezuelana Petroleos de Venezuela Sa (Pdvsa), minando un giro di affari da 7 miliardi di dollari. Una mossa che la Casa Bianca ha rimandato a lungo per paura di un aumento dei prezzi del petrolio e delle possibili conseguenze per le raffinerie statunitensi. Le sanzioni mirano a trasferire il controllo della ricchezza petrolifera venezuelana alle forze che si oppongono a Nicolas Maduro, privando così il presidente di risorse che potrebbero prolungare la sua leadership. L'Unione europea ha a sua volta messo in moto un gruppo di contatto internazionale, con il sostegno del governo uruguayano, con l'obiettivo di portare il paese a elezioni presidenziali "libere, trasparenti e credibili". Al fianco di Maduro, denunciando pesanti ingerenze negli affari interni del Venezuela, rimangono la Bolivia, Cuba ma anche la Turchia, la Federazione Russa e la Cina. A questi, più di recente si sono aggiunti i 15 paesi africani aderenti alla Comunità di sviluppo dell'Africa australe (Sadc).
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