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"Dal Brasile, lo spettro di un nuovo Hitler spaventa il continente". Intervento di Geraldina Colotti (06/10/18 16:54)

Lo spettro del nazifascismo aleggia sul Brasile e ha le sembianze di Jair Bolsonaro, candidato per il PSL alle elezioni di domenica 7 ottobre. L'ex capitano dell'esercito a cui non dispiace essere paragonato a Hitler, mentre considera un insulto sanguinoso essere chiamato gay, è favorito nei sondaggi: ha tratto profitto anche dalle pugnalate ricevute l'8 settembre, durante un incontro di campagna elettorale. Ha soprattutto tratto vantaggio dalla messa fuori gioco di Lula, arrestato ad aprile e poi definitivamente inabilitato alla competizione elettorale. Al suo posto, il Partito dei Lavoratori (PT) ha candidato Fernando Haddad, subentrato troppo tardi per far fruttare al meglio il suo “pacchetto” di voti. Dal carcere di Curutiba, dove sta scontando una condanna a 12 anni per corruzione, Lula ha inviato una lettera alla vigilia del voto, giorno del suo compleanno, chiedendo al popolo di eleggere Haddad. Se, come sembra probabile, né Bolsonaro né Haddad supereranno il 50%, si andrà al ballottaggio e la partita si definirà il 28 ottobre. L'elezione di Bolsonaro aprirebbe per il Brasile gli scenari più cupi, e rafforzerebbe il campo delle forze più conservatrici nel continente: quell'asse che sta picconando l'integrazione latinoamericana, e che agisce nell'orbita di Trump. La vittoria di Bolsonaro potrebbe avere il suo peso anche nelle elezioni di metà mandato che avranno luogo il 6 novembre negli Usa, e che rappresentano un test cruciale per il futuro politico del tycoon nordamericano. Una vittoria di Haddad, invece, darebbe nuovo impulso al vento progressista annunciato dalla vittoria di Lopez Obrador, il quale assumerà l'incarico di presidente del Messico a dicembre. Né Obrador né Haddad hanno spezzato lance a favore del socialismo bolivariano, la loro posizione non interventista allenterebbe però la morsa sul governo Maduro, ora minacciato anche dalle manovre militari in Amazzonia a cui partecipano gli Stati Uniti. Un tema non di poco conto, che rimanda a una questione di sostanza: la possibilità che il socialismo, per quanto in forma diversa da quella dispiegata nel secolo delle rivoluzioni, torni a essere un'alternativa credibile e non contingente al capitalismo globalizzato. Fino alla caduta del muro di Berlino, si dava per scontato che esistessero due alternative contrapposte, due possibilità diverse a cui l'umanità poteva affidare il proprio destino. Si sapeva che, per farsi strada, il mondo nuovo avrebbe dovuto sconfiggere quello vecchio, basato sullo sfruttamento del lavoro da parte del capitale e sulla società divisa in classi. Si sapeva che la partita sarebbe stata epocale e che i guardiani del capitalismo non avrebbero fatto sconti, né prigionieri. E così è stato. Dalla caduta dell'Unione Sovietica, con il dilagare del neoliberismo e l'imposizione del capitalismo a livello mondiale si è instillata nei settori popolari una litania, tanto falsa quanto soffocante: “Non ci sono alternative”. Non ci sono alternative a un sistema predatore che consente a 264 famiglie di appropriarsi della ricchezza di 3 miliardi di persone. Non ci sono alternative alle ricette di un capitalismo che cerca di risolvere la crisi strutturale in cui si dibatte con l'aggressione ai popoli del sud, per appropriarsi delle loro ricchezze. In questo quadro, quello che una volta era il campo progressista moderato si è progressivamente allineato nella ricerca del “male minore”, finendo per coincidere con gli obiettivi del campo avverso, o per diventarne funzionale. Se “non ci sono alternative”, chiunque vada a governare dovrà restare nel campo di varianti compatibili a quel sistema-mondo che, mentre aumenta a dismisura le disuguaglianze, riduce a poca cosa le differenze politiche e le alternative rispetto al futuro dell'umanità. Quest'assenza di prospettive provoca disorientamento nei settori popolari, che seguono false bandiere, idee irrazionali e vecchie, spacciate per nuove: lo abbiamo visto con Trump negli Usa, lo vediamo in Italia con Salvini, e adesso con Bolsonaro in Brasile. Vecchia paccottiglia xenofoba e misogina che canalizza malamente la rabbia dei settori popolari che il lungo balletto delle “compatibilità” con il sistema ha lasciato vagare come un boomerang. E che il Venezuela socialista sia diventato sempre più lo spauracchio da agitare ai quattro venti, non è per nulla casuale. In Italia, se ne riempiono la bocca, come un esempio negativo, sia i seguaci di Berlusconi (centro-destra) che i Renzi, le cui politiche nefaste a favore delle banche e del gran capitale hanno spianato la strada alla xenofobia dei Salvini.
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