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Religione e terrorismo, qualche insegnamento dalla storia dell’Algeria (24/08/17 09:55)

Ho letto – come sempre – con grande interesse  l’articolo  di Luciana Castellina di domenica. Ma mi intriga anche la lettera pubblicata sul  manifesto  del 23 agosto di Stefano Rossi e la risposta di Luciana. Penso che da questo dibattito non si possa escludere la religione, perché il ricorso alla religione (tutte le religioni) è dovuto anche – o forse soprattutto – al venir meno di valori e di un progetto di società laico credibile. Sono finite le ideologie, i valori della Rivoluzione francese ( liberté, egalité, fraternité ) non si possono ridurre alla libertà, certo importantissima. Perché se si dimentica l’uguaglianza (anche quella tra uomo e donna) e la fraternità, la libertà si coniuga con l’individualismo. Oggi la religione propone un modello forte e totalizzante, soprattutto il modello dell’islam globale che dà un senso di appartenenza a una comunità che va oltre le frontiere e con l’Isis mette in discussione anche i confini imposti dal colonialismo. Questa penso sia la forza dell’islam radicale. Che recluta non solo e non tanto tra i diseredati e gli emarginati ma anche tra giovani istruiti, anche europei e tra coloro che non erano musulmani e si convertono, uomini e donne. Certo le guerre hanno contribuito a incentivare e mobilitare, ma l’idea del martirio è proprio legata alla religione, alla trascendenza. Non posso però dimenticare l’esperienza algerina degli anni ’90, dove i fautori di uno stato teocratico si sono scontrati con la resistenza di una società che aveva fatto propri i valori della rivoluzione francese, e non certo per imposizione, anzi. 130 anni di occupazione hanno lasciato un astio implacabile degli algerini (tutti) contro i francesi ma anche una contaminazione nella lingua e nella cultura. In Algeria si sono scontrati violentemente – circa 200.000 morti – due modelli di società uno teocratico e uno laico. Nessuno ha vinto. La violenza dei gruppi armati si è convertita al progetto globale. Questo è avvenuto in Algeria – ignorata dall’occidente – prima della guerra in Iraq, ma dopo la fine dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan, dove l’occidente aveva finanziato i gruppi che combattevano in nome della religione la «guerra santa» contro il comunismo. E pur di sconfiggere il comunismo… Ma poi i jihadisti sono tornati a casa e hanno continuato la loro «guerra santa» contro gli infedeli. E a proposito di martirio non posso dimenticare un’intervista fatta a Islamabad a dirigenti di Lashkar-e Taiba, la sera prima che il gruppo che combatte in Kashmir finisse sulla lista Usa dei gruppi terroristici, quando uno di loro mi disse: «Stavamo combattendo nel Kargil su un ghiacciaio a 4.000 metri, le nostre truppe avevano il morale a terra, allora abbiamo deciso di introdurre gli attacchi suicidi». E io: «Ma come, i kamikaze per sollevare il morale?!». «Ecco perché non vincerete mai – mi rispose – per noi la vita comincia quando per voi finisce». FONTE: Giuliana Sgrena,  IL MANIFESTO
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