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"Italia, una Repubblica fondata sull'impresa e sul suo strapotere". Il domenicale di Controlacrisi, a cura di Federico Giusti (10/12/17 01:10)

Ricordate lo sblocca Italia? Era il 2014 quando vennero emanate alcune misure urgenti per l'apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l'emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività' produttive.Le associazioni ambientaliste videro da subito la pericolosità di quella legge che sanciva il trionfo dell'asfalto ( ricordiamo che alle autostrade sono destinate ingenti risorse pubbliche dirette e indirette attraverso sgravi fiscali, per non parlare poi di strade che hanno un impatto negativo e devastante sul territorio, per esempio in Maremma e lungo le Dolomiti) e dava il via alle trivellazioni e a normative atte a a favorire la cementificazione di aree demaniali. Il nostro paese da decenni deve ancora completare la Salerno Reggio Calabria, ha concepito il trasporto quasi esclusivamente su gomma, ha desertificato intere tratte ferroviarie per favorire l'alta, e costosa, velocità, ha rifiutato di capire le ragioni di intere comunità che in Salento e in Val di Susa si sono mobilitate contro grandi ed inutili opere. Forse è arrivato il momento giusto per un bilancio serio che parta da una premessa elementare: le infrastutture necessarie al paese non sono quelle che necessariamente vengono costruite e finanziate con i nostri soldi, non migliorano la qualità della vita , devastano il territorio e l'ambiente e con una verifica del rapporto costi\benefici non servono neppure a rilanciare l'economia. Dobbiamo quindi uscire dalla sterile semplificazione, costruita per altro in maniera fittizia, tra un partito del cemento e dello sviluppo economico e le forze ambientaliste contrarie al progresso, non è questa la chiave di lettura che ci permetterà di capire cosa sia realmente accaduto negli ultimi decenni. E quanto siano dannose le semplificazioni lo si evince anche da quanto accade nella Pubblica amministrazione in materia di pagamenti. E' di pochi giorni fa la notizia che la commissione europea abbia deferito l’Italia davanti alla Corte Ue per i gravi ritardi nei pagamenti dei fornitori degli enti pubblici. Pochi ricordano come l'allora presidente del Consiglio Renzi, solo pochi anni fa, annuncio' la fine della lunga odissea dei pagamenti che costringeva le imprese a mesi\anni di attesa per servizi e forniture rese alla Pubblica amministrazione. Si sa del resto che l'Italia è una nazione senza memoria, come non ha gli anticorpi per arrestare il revisionismo storico, non possiede neppure il ricordo di tante dichiarazioni rese da Governanti e politici che hanno assunto impegni per poi disattenderli fin dal giorno dopo. Assenza di memoria e semplificazione rendono il giornalismo e l'opinione pubblica facilmente manipolabili, anche se nel caso del giornalismo dovremmo piuttosto parlare di subalternità ai poteri forti. E se cosi' non fosse oggi sarebbero in tanti a ricordare al Pd che non basta emanare una legge rinunciando a verificarne l'efficacia e l'attuazione, del resto quando si tratta di tutelare i diritti sociali non ravvediamo lo stesso decisionismo riscontrato nella applicazione delle leggi di austerità.E cosi' il governo italiano dovrà rispondere, davanti alla Corte di Giustizi, per avere violato la direttiva che prevede il termine di 30 giorni ( 60 solo in casi eccezionali) per il pagamento di beni e servizida parte della Pa. Sono ormai tre anni da quando è stata avviata la procedura di infrazione e nella maggioranza dei casi non ci sono miglioramenti (ma è bene sapere che il risarcimento dei cittadini procede ancora piu' lentamente) se in media occorrono 100 giorni per saldare le fatture. I ritardi della Pa sono attribuibili ai tagli agli organici e agli strumenti in possesso degli enti pubblici, se mancano risorse umane e strumentali anche i cittadini avranno servizi peggiori e i tempi di pagamento per le imprese aumenteranno. Eppure non occorrerebbe grande acume per arrivare a queste conclusioni perchè ritardi nei pagamenti comportano la maturazione di interessi a carico delle imprese e ostacoli alla crescita economica che poi nel caso di piccoli imprenditori sono anche causa della chiusura di attività e il licenziamento della mestranze.Tutta da scrivere la storia della Consip, le lunge trafile burocratiche per accedere al mercato elettronico e l'acquisto di merci e servizi non sempre al minor prezzo e con i soliti scandali legati alla corruzione che, a parole, avrebbero dovuto essere debellati.Ma se alla Corte europea arrva il nostro paese per avere sforato i tempi per il pagamento a ditte e aziende private, all'opinione pubblica non arrivano i tempi biblici necessari al cittadino peravere una vista, una terapia, un servizio completo, ci si occupa solo del ritardo dal punto di vista dell'imprenditore e non del cittadino o della realtà sociale che devono attendere mesi o anni per avere un rsarcimento, un servizio, una semplice risposta. Nel 2014, Bruxelles aveva inviato una lettera di messa in mora, anche questo intervento risponde ai dettami del libero mercato, insomma ci si occupa di un problema (reale) solo per tutelare gli interessi (in questo caso pur legittimi) della impresa ma senza mai andare alla radice del problema, ossia che una pubblica amministrazione per essere efficiente ha bisogno di personale e investimenti tecnologici e formativi. A nessuna Corte intanto è venuto ancora in mente di aprire un contenzioso per i servizi sociali non erogati, sarà per questo che il nostro paese ormai è una Repubblica fondata sull'impresa e sul suo strapotere. Al lavoro e ai lavoratori (a meno che non siano utenti o acquirenti da spremere) non ci pensa piu' nessuno.
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