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"Quando il diritto diventa elemosina datoriale: a proposito di buono pasto". Intervento di Federico Giusti (04/03/21 16:09)

Un recente studio dei Consulenti del Lavoro sul buono pasto aiuta a comprendere come la mancata erogazione dello stesso ai lavoratori e alle lavoratrici in smart working rappresenti una sorta di arbitrio. La soluzione prospettata è quella di rinviare ai contratti nazionali che non hanno mai recepito e regolato la gestione del lavoro agile. Ma i problemi permangono visto che il buono pasto non è un diritto esigibile ma giuridicamente una sorta di libera elargizione del datore di lavoro. Sta qui la sostanza del problema, il bonus è interamente deducibile dai datori di lavoro ma resta una sorta di elemosina datoriale e non un diritto acquisito ed esigibile. Tutto cio' conferma che i diritti sono sistematicamente negati se pensiamo ad un buono pasto che dovrebbe essere assicurato automaticamente quando invece viene soggetto a innumerevoli regole, decise a livello di Ente, per limitarne la erogazione. Non considerando il bonus parte integrante della retribuzione spettante ai lavoratori, il datore di lavoro, pubblico o privato che sia, soprattutto in assenza di regole contrattuali, avrà campo libero per decidere modalità e tempi di erogazione. E eventuali dinieghi non saranno considerati alla stregua di una vera e propria discriminazione in virtu' di un diritto costruito ad arte per tagliare le spese secondo i dettami dell'austerità. Il diritto alla non discriminazione non vale pertanto per i buoni pasto che in questi mesi sono stati negati a migliaia di lavoratori con un risparmio per gli Enti di somme considerevoli, soldi sottratti ai lavoratori e alle lavoratrici con il beneplacito dei sindacati complici firmatari di contratto. Il Governo probabilmente concederà agli stessi sindacati una via di uscita inserendo una apposita disciplina nei prossimi contratti del Pubblico impiego ma intanto i soldi persi non saranno piu' recuperati. Una autentica ingiustizia che conferma quanto potere discrezionale sia nelle mani dei datori di lavoro che con il lavoro agile, rispetto al telelavoro, hanno già risparmiato soldi con i mancati rimborsi delle spese sostenute a casa . E altri risparmi, derivanti dai minori costi per utenze e pulizie, saranno ancora una volta possibili negando il diritto al buono pasto ai lavoratori agili Ma ancora prima della pandemia gli Enti hanno risparmiato sui servizi mensa affidandosi ai ticket interamente deducibili, un autentico affare per loro ma una rimessa per i lavoratori e le lavoratrici della Pa che ormai si portano il pasto da casa consumandolo in fretta e furia in ufficio, magari senza perdere di vista il pc e le mail aziendali. Se il buono pasto è legato ad una organizzazione del lavoro che prevede orari ben precisi , non si capisce la ragione per la quale il lavoro agile venga gestito con orari rigidi pretenendo la connessione in orari di ufficio canonici. Se il lavoro agile è quindi avulso dalle modalità concrete di organizzazione e gestione degli orari di lavoro sarà il caso che non si debba esercitare alcun controllo sugli orari di lavoro di chi opera in modalità agile a meno che non si voglia stabilire per diritto la discriminazione tra lavoratori che con il diritto, in teoria, non dovrebbe avere nulla a che vedere. Una autentica vergogna all'italiana
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