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«Il decreto dignità blocca i contratti a termine». A Crotone, in sciopero le prime vittime di Di Maio (09/02/19 10:38)

L’edificio di quattro piani lo vedi appena entri in città nei pressi della stazione fantasma dei treni. Venne costruito nel 1998 a Crotone sulle sponde dell’Esaro dopo l’alluvione che provocò 14 morti, tanta distruzione e una prolungata crisi economica per un distretto già provato dalla chiusura delle fabbriche. Datel nasce grazie ad una decisione di diversificazione del Gruppo Abramo, famiglia di imprenditori di Catanzaro (uno dei fratelli è l’attuale sindaco) che opera da anni in Calabria nei settori della stampa e della logistica. Nel 2001 è nata Telic, società dedicata al call center. Da partner per il back office, il gruppo Datel Telic diventa partner anche per il front office, con una piattaforma completa dei contatti e dei servizi. A Crotone lavorano 1900 dipendenti. Meno 400 ovvero quelli costretti a rimanere a casa dal 1° gennaio. Il decreto Di Maio, enfaticamente definito dal ministro del Lavoro «decreto dignità», non consente alla ditta di rinnovare i contratti a termine. I lavoratori sono in mobilitazione da un mese e sono le prime vittime della legge Di Maio: scaduti i 24 mesi di contratto a tempo determinato, non sono stati assunti. Prima di questa legge capestro il tempo massimo per il rinnovo era di 36 mesi. Loro adesso gridano la propria rabbia: «Meglio precari che disoccupati», si leggeva su uno dei cartelli esposti. I lavoratori sentono la solitudine della disoccupazione e il silenzio della politica. I 5stelle, che a queste latitudini il 3 marzo superarono il 50%, non fiatano per la vergogna. Il Pd locale prova a serrare le fila, ma è poco credibile visto che la flessibilità ha il marchio del governo Renzi. E, così, davanti allo stabilimento ci sono solo gli attivisti di Potere al popolo. «Quanta ipocrisia c’è nello spacciare per ‘cambiamento’ il replicarsi di provvedimenti già attuati come il Jobs Act. Cosa ce ne facciamo di una ‘dignità a scadenza’, che si traduce in un’umiliazione dopo 24 mesi di contratto?», si chiedono. Il problema del decreto è a monte: doveva esser collegato a incentivi che permettessero alle aziende di trasformare i contratti a tempo determinato in indeterminato.«Contro di noi si sta consumando un atto di ingiustizia sociale – ci spiega Domenico Covelli del comitato di lotta – Ed è grave il silenzio delle due parlamentari 5 Stelle del territorio. Ma lo sanno costoro che chi è in esubero da Datel mai troverà un’altra sistemazione?». I lavoratori chiedono al governo di modificare in radice il decreto «che agevola soltanto precarietà, tirocini e stagisti, il governo si comporti come è stato fatto con i lavoratori di Almaviva la cui vertenza si è risolta grazie all’aiuto dell’Inps con una integrazione sulla retribuzione», conclude. Tuttavia non si respira un’aria diversa nella pseudo Silicon Valley di Calabria, a Rende, nei pressi di Cosenza. Qui si impaludano molte giovani intelligenze uscite dalla vicina università di Arcavacata. Ad Almaviva nel 2017 erano 300 le persone impegnate, 250 a rotazione i lavoratori provenienti da agenzie interinali; trasferiti dalla sede romana una ventina, all’esito della famosa vertenza. Oggi impegnati nell’outbound sono in 35. Quelli che rischiano di essere spazzati via dagli effetti del «decreto dignità» sono soprattutto gli interinali, i cosiddetti lavoratori in affitto. Attualmente ne rimangono meno di 50 ai quali scadrà il contratto fra fine gennaio e febbraio. «Il settore è stato strutturalmente spacchettato – spiega Stefano Mancuso dell’esecutivo regionale Cobas – per cui enti pubblici, multinazionali del credito, dell’energia, della telefonia, in piena competizione capitalistica affidano i loro servizi di vendita e assistenza clienti ad aziende esterne che gestendo i contact-center si fanno garanti della governance della forza lavoro e dell’abbattimento dei costi relativi». È il caso di Inps, Enel, Telecom, Eni, Vodafone, Wind, istituti bancari, assicurativi. «Questo sistema condanna migliaia di lavoratori alla precarietà ed al costante ricatto del cambio d’appalto con possibile perdita del posto», conclude il giovane rappresentante dei Cobas.
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