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Novantadue euro al mese, questa è la realtà dei call center al Sud. Cgil: "Se Fastweb non interviene sarà corresponsabile di questa barbarie" (20/12/17 19:54)

Un bonifico di 92 euro per un mese di lavoro e tagli alla retribuzione in caso di assenza anche di soli tre minuti dalla postazione per andare alla toilette. Con la conseguenze che i compensi scendevano anche fino a 33 centesimi l'ora. A segnalare questo incredibile caso di sfruttamento sul lavoro è la Slc Cgil di Taranto, che ha scoperto e denunciato, anche alla Procura della Repubblica, un call center della stessa città pugliese.In una conferenza stampa tre delle lavoratrici sfruttate hanno raccontato delle loro paghe irrisorie, con stipendi in nero e nessuna copia del contratto di lavoro ai dipendenti. "Stiamo valutando con i nostri avvocati la possibilità di applicare la legge anti-caporalato anche a questo contesto - ha spiegato Andrea Lumino, segretario generale della Slc Cgil Ionica - perché in termini di paga e trattamenti ci sono le stesse condizioni"."Un annuncio su un sito web - ha spiegato il sindacalista - parlava di una azienda di Lecce con sede a Taranto, che offriva ben 12mila euro all'anno, ma la realtà non solo era differente, ma superava di gran lunga ogni possibile immaginazione. Dopo un periodo di lavoro iniziato a metà ottobre e terminato a dicembre, le lavoratrici hanno scelto di licenziarsi. In busta paga avevano ricevuto il primo allucinante bonifico di appena 92 euro per un intero mese di lavoro". Alle loro rimostranze, "l'azienda ha risposto - ha aggiunto Lumino - che lasciando il posto per andare al bagno anche per un ritardo di tre minuti non poteva riconosceva la retribuzione oraria. Ho allora calcolato l'effettiva paga con la calcolatrice - ha concluso il segretario Slc - e il risultato è stato di 33 centesimi di euro l'ora".Per Lumino, "quello del call center è un settore malato: leggi sfavorevoli, aziende che andrebbero controllate addirittura dall'antimafia e dove i grandi committenti, come ad esempio Fastweb, pensano solo al massimo risparmio, disinteressandosi dell’ovvio e conseguente sfruttamento di chi lavora, l'anello più debole della catena. Noi continuiamo a stare al fianco di questi anelli deboli e se Fastweb non interverrà immediatamente lo riterremo corresponsabile di questa situazione: quello che hanno subito queste donne non deve essere considerato lavoro e questi call center vanno chiusi. Le istituzioni si schierino al nostro fianco - ha aggiunto il sindacalista - e firmino il protocollo sulla legalità per i call center che abbiamo proposto lo scorso mese: non è più in ballo solo il rispetto di un contratto, ma la dignità di esseri umani e di una intera comunità. Queste donne sono state trattate allo stesso modo in cui sono state trattate le lavoratrici sfruttate nei campi e quindi, come prima cosa, lotteremo perché la legge che punisce i caporali possa finalmente essere estesa anche al settore dei call center  
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