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Marchionne, Landini, e la democrazia industriale (02/08/13 15:59)

La legge in vigore in Germania, dove i lavoratori partecipano alle co-decisioni aziendali, sarebbe applicabile anche in Italia Sergio Marchionne afferma che in Italia «non si può fare industria» perché non vuole regole e vincoli. Vorrebbe comandare da solo, i lavoratori ubbidienti ai suoi piedi, e buttare fuori i sindacati che non ci stanno. Oggi però incontrerà i sindacati (a meno che Marchionne non dia davvero forfait, come denunciato ieri dalla Cgil) e, per la prima volta, sarà costretto ad accettare anche di confrontarsi con la Fiom e con il suo segretario, Maurizio Landini. L’amministratore delegato della Fiat-Chrysler cercherà di ribadire il modello di capitalismo a cui si inspira, cioè la versione più dura e pura del modello anglosassone, ovvero: tutto il profitto agli azionisti e tutto il potere ai manager! E fuori i sindacati e i lavoratori non compiacenti! Marchionne infatti non vuole la collaborazione dei lavoratori, non accetta la democrazia sindacale e la Costituzione in azienda, ma punta a ottenere la cieca e riverente subordinazione dei suoi dipendenti. Suggerirei a Maurizio Landini e a Susanna Camusso di sparigliare le carte e di avanzare a Marchionne e al governo una proposta nuova, originale, radicalmente democratica, e nello stesso tempo molta concreta e immediatamente fattibile: introdurre la democrazia industriale che da sessanta anni caratterizza il modello industriale tedesco. Dal 1951 infatti in Germania è stata introdotta per legge la democrazia industriale: in tutte le medie e grandi fabbriche i lavoratori (inscritti e non inscritti al sindacato) eleggono dal basso con voto segreto non solo il consiglio sindacale di fabbrica ma anche i loro rappresentanti all’interno del consiglio di sorveglianza. Il consiglio di sorveglianza ha grandi poteri: approva i bilanci, nomina i manager, detta le strategie, e decide nei casi di ristrutturazione e di delocalizzazione. Metà dei consiglieri delle grandi imprese sono eletti democraticamente dai lavoratori mentre l’altra metà è nominata dagli azionisti privati e pubblici. Alla Volkswagen, così come alla Mercedes e alla Opel e in tutte le grandi e medie fabbriche tedesche è applicato con successo il principio della partecipazione democratica dei lavoratori alle strategie e alla gestione delle aziende. Proprio questa partecipazione costituisce il principale strumento di difesa dei lavoratori tedeschi di fronte alla finanziarizzazione delle imprese, alla delocalizzazione industriale e alla conseguente disoccupazione dilagante. La Mitberstimmung – che in italiano è stata tradotta (male) cogestione, e che significa però «codecisione» – costituisce anche il primo fattore di successo della manifattura tedesca. Infatti i lavoratori sono più interessati al successo sostenibile dell’azienda degli azionisti finanziari che – come avviene nel modello anglosassone di capitalismo promosso da Marchionne – hanno mire prevalentemente speculative, cioè di breve termine. Basta confrontare l’andamento stentato della Fiat con quello brillante della Volkswagen, e confrontare la condizione dei lavoratori della Fiat con quella della società tedesca, per comprendere come la Mitbestimmung costituisca un vantaggio enorme per i lavoratori e per le aziende. E’ chiaro che non è facile raggiungere l’obiettivo della democrazia industriale. Non solo la Fiat ma anche la Confindustria e il governo di centrosinistra sono attualmente assolutamente contrari al modello tedesco di governo delle imprese. Vogliono le mani libere e non vogliono regole. Ma la sinistra non dovrebbe soggiacere ad una sorta di subalternità culturale verso la confindustria e l’ideologia liberista che pervade i governi italiani. La cultura della democrazia rappresenta infatti la migliore difesa per l’occupazione e costituisce anche un fattore di innovazione e sviluppo delle imprese. Proponendo la democrazia industriale la Cgil potrebbe tra l’altro tentare di recuperare le proposte della Cisl di partecipazione nelle aziende. Il progetto partecipativo della Cisl all’utile aziendale pecca infatti di corporativismo: i lavoratori infatti conterebbero poco o nulla nel consiglio d’amministrazione delle aziende ma subordinerebbero il loro salario agli utili aziendali in una logica corporativa. La Fiom-Cgil sarebbe però debole se opponesse alla visione di «partecipazione subordinata» della Cisl solamente una strategia di di conflittualità a livello aziendale e/o di negoziazione e di compromesso a livello nazionale. Sarebbe invece preferibile proporre una ben più efficace partecipazione dei lavoratori, e quindi anche dei sindacati, nei consigli d’amministrazione delle imprese. Occorre prendere atto che nel contesto della globalizzazione la questione di come vengono governate le aziende non ha più solo una valenza sindacale ma è diventata tema squisitamente politico e legislativo. In una situazione di estrema debolezza del movimento operaio, la conflittualità, che pure è necessaria e sacrosanta, è spesso purtroppo inefficace. Per influire effettivamente sulle scelte aziendali occorre partecipare agli organi decisionali delle imprese. Ovviamente la Mitbestimmung tedesca non è tutta rose e fiori. Può provocare fenomeni di corporativismo e di nazionalismo. Ma, al di là dei limiti, la codeterminazione rappresenta un compromesso avanzato certamente favorevole ai lavoratori. Soprattutto in una situazione di crisi e di «fuga» delle aziende all’estero, milioni di lavoratori e di cittadini italiani potrebbero sostenerla con convinzione. E non si tratta di proporre il comunismo o la solita utopia illusoria, perché nella Germania capitalista la Mitbestimmung è praticata con buoni risultati da oltre sessant’anni, anche se i media nostrani non la pubblicizzano mai.
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