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La coesistenza competitiva tra due modelli di impresa (28/08/20 11:37)

Landini e Pennacchi recentemente sono tornati a parlare di un modello economico che abbia il lavoro come baricentro. E ciò fa tornare attuali le riflessioni iniziate ai primi anni Ottanta in ambito Cisl ma anche nella Cgil e nella Convenzione dell’Alternativa sul capitale sociale. Maurizio Landini, il segretario generale della maggiore confederazione sindacale di lavoratori italiana, intervistato da “La Repubblica” il   6 agosto scorso   su  “ qual è il modello di sviluppo che proponete?”, ha risposto: “Un nuovo modello deve mettere al centro il lavoro e mettere al centro gli investimenti su sanità pubblica, istruzione   – con obbligo scolastico   sino a 18 anni -, deve prevedere asili nido dove non ci sono e formazione permanente. C’è da gestire la transizione ambientale e produttiva, con addio al carbone alle fonti fossili,   gestire la manutenzione del territorio e trasformare cultura, turismo e storia d’Italia in elementi di crescita. Vanno fatti ripartire investimenti fisici su infrastrutture, Mezzogiorno e ferrovie ma dobbiamo anche dotarci di una rete digitale che non abbiamo.   E serve un ruolo pubblico che indirizzi investimenti ed indichi le priorità   a partire dalla mobilità sostenibile”.   Difficilmente si sarebbe potuto dire di più e meglio in poche battute per delineare un orizzonte che richiama chiaramente quello descritto da Laura Pennacchi nel libro collettaneo Lavorare è una parola (Donzelli 2020, pag. 214.€ 15,00). Trattando de “ Lo Stato nell’economia e nel Lavoro ” e delineando una funzione strategica dello Stato nell’economia,   Laura Pennacchi propone   “ una strategia volta a porre   le basi di un nuovo modello economico creando direttamente lavoro” (pag. 234). E caratterizza    il nuovo modello come quello “in cui gli interrogativi sul “ per chi, cosa, come   produrre trovano risposta anche in una innovazione piegata a soddisfare domande sociali”. Coerentemente raccomanda di   puntare “senza negare l’importanza delle esportazioni sulla domanda interna e sui consumi collettivi”    il che consentirebbe per altro   di allargare lo spettro delle produzioni, di aprire nuovi campi di ricerca, di sviluppare nuovi bisogni”. Un modello capace di recuperare l’ispirazione autentica dei   Piani di Lavoro del New Deal di Roosevelt   e farne “non una misura che si aggiunga alle altre” ma “il baricentro dell’intera politica economica”, il pilastro di una “politica della speranza” opposta ad una “politica della paura”. Il quadro di questo nuovo modello si completa con   l’indicazione – data dallo stesso Landini in un’intervista televisiva solo di qualche giorno   fa –   del sindacato come presidio e garanzia di libertà   nel posto di lavoro e fuori di esso non soltanto per il lavoro dipendente ma per tutto il lavoro.   Quella che viene proposta dalla Cgil   dunque, come da chiunque   – e sono molti in questi giorni – sostiene la necessità di un modello nuovo dell’economia, è una trasformazione   economica e sociale   assai profonda del Paese e dello stesso sindacato. Alcuni decenni fa per esprimere la qualità e le dimensioni della trasformazione auspicata   si sarebbe parlato di riforme di struttura per non usare un termine più esplicito   da cui si rifuggiva perché delle parole si può aver paura.   Comunque lo si chiami bisogna avere e   dare   contezza della imponente sfida che si ha dinanzi proponendo di cambiare modello di società e di economia. Il primo interrogativo da porsi riguarda il modello di impresa   che   occorra per   realizzare   una politica economica che abbia nel lavoro il suo baricentro. Non voglio addentrarmi nella diatriba sulla possibilità o meno che il capitalismo si riformi   e di quanti siano   i capitalismi esistenti. Vorrei solo   provare a trovare una risposta alla domanda posta. Ritengo che l’impresa votata   al profitto ed alla sua massimizzazione non rappresenti il modello adatto e provo a   spiegarlo.   Il profitto si forma e si calcola per sottrazione dei costi di produzione dai ricavi. Minori sono i costi più alto è il   profitto e viceversa. Taluni costi sono   pressoché incomprimibili, come   quelli delle materie prime, dei semilavorati, delle fonti energetiche, etc. Anche i contributi, le imposte e le tasse lo sarebbero   se non si facesse troppo spesso ricorso alla elusione e alla evasione. Il lavoro invece è comprimibile sia perché è sostituibile con   le tecnologie, sia perché si può riuscire in vari modi a pagarlo meno. Mi sembra quindi evidente che sia inverosimile che un’impresa votata al profitto possa   porre il lavoro al centro della propria organizzazione ed attività Altrettanto inverosimile sarebbe   immaginare un’economia senza imprese volte al profitto, tanto più in democrazia. Se   quindi si vuole puntare ad un modello economico   che “deve mettere al centro il lavoro” non c’è che ricorrere ad un’economia a doppio binario, ovvero con un duplice sistema di imprese: uno di quelle che assumono la centralità del lavoro e l’altro di quelle   che assumano come centrale il   profitto. Ambedue connessi in una sorta   di coesistenza competitiva. Una stravaganza ferragostana in tempi di coronavirus? Ma no. Imprese non votate   al profitto ci sono sempre state. E ci sono. Soltanto che sono tra loro sconnesse e non hanno rilievo. Quando nel 1983 cominciava ad essere chiaro che il sistema delle imprese non avrebbe più assicurato alti livelli di occupazione e Pierre Carniti lanciò l’idea del prelievo dello 0,5% dei salari, proprio su di un modello di imprese che assumessero   come centralità il lavoro  e  venne   imperniato   un progetto   messo a punto, nella sede nazionale   della Cgil in corso d’Italia   a Roma, sotto l’egida del Coopsind, da un gruppo di lavoro coordinato da Silvano Levrero. I lavori iniziarono ai primi di gennaio e si conclusero a maggio di quell’anno. Fu prevista   la nascita   di un “Fondo di Investimenti dei Lavoratori” sull’esempio   dei primi Fondi Comuni di Investimento che si andavano formando   in quel periodo.   Avrebbe dovuto raccogliere il   prelievo su base   volontaria dello 0,5%   dei salari   per finanziare la   creazione di nuove imprese autogestite, con le quali apprestare su tutto il territorio   nazionale una risposta concreta alla richiesta di occupazione e promuovere   un’economia fortemente legata ai singoli territori. Il progetto   prevedeva anche apposite strutture tecniche in grado di assicurare la   progettazione di imprese e la loro assistenza alle start up . A questo riguardo fu anche riservatamente esplorata la disponibilità dell’Eni a supportare il progetto con lo staff dell’Indeni, una finanziaria di sviluppo   che si cimentava con il   ricollocamento   al lavoro, mediante la creazione di nuove imprese, delle   maestranze   espulse da aziende private in dissesto.   Il progetto venne trasmesso dal presidente del Coopsind, Mario Zigarella, alla segretria confederale della Cgil nel maggio del 1983 e   a settembre di quell’anno fu presentato al Convegno che la Cisl tenne al Castello Giusso di Vico Equense in provincia di Napoli sul tema “ Fondo di Solidarietà. Una scelta per il Lavoro e lo Sviluppo ”. In quella sede si poté   constatare che fra il progetto della Cgil e quello della Cisl c’erano molte coincidenze e la medesima ispirazione. Nessuno dei due Fondi   però ebbe vita, perché sulla prospettiva di allentare la presa del Capitale sul Lavoro prevalsero la ritrosia ad effettuare un prelievo sui salari, ancorché su base volontaria e in misura pressoché irrilevante, e la preoccupazione che il sindacato, esorbitando dalle consuete proprie funzioni di tutela, potesse snaturarsi.   Una nuova occasione per riproporre   lo sviluppo di imprese che assumessero la centralità del lavoro si   presentò esattamente   vent’anni dopo, con la crisi dell’area industriale di Marghera.   Negli ambienti   della nuova sinistra si pensò di organizzare   un convegno da tenersi a Venezia per dibattere   su come affrontare il problema   del lavoro nelle aree di crisi.   Era   la sera dell’8 novembre del 1993 quando, in una stanza della redazione de il manifesto , che all’epoca era in via Tomacelli, venne discusso e approvato da un apposito gruppo di lavoro quella che avrebbe potuto   essere la relazione di base del   convegno. Si era ripromessa   di promuoverlo la  “Convenzione per l’Alternativa”.   Preso   atto del passaggio d’epoca in atto   e della problematicità con cui si presentava l’occupazione della “forza-lavoro”, il documento sosteneva   che non si sarebbe dovuto più lasciare al capitale “l’iniziativa e l’onere di assorbire la forza-lavoro nei suoi cicli produttivi e distributivi in base alla propria logica, ai propri meccanismi di accumulazione, al proprio modo di   produzione, ai propri modelli di consumo”, ma che era giunto il momento in cui   “ le soluzioni   che il capitale non è capace di mettere in campo devono essere perseguite per altre vie, dandosi carico di coprire in proprio, ma con una diversa logica, con diversi modelli, con la propria struttura di valori, gli spazi che l’avversario non è in grado di coprire e di gestire o non ha interesse a farlo. Non si tratta – proseguiva il testo –   di sostituirsi all’avversario. Si tratta di passare da una coesistenza subalterna (tra lavoro e capitale) ad una coesistenza competitiva” tra due sistemi di imprese. Il convegno non si tenne per una sopravvenuta crisi di governo che spostò l’attenzione e le tensioni su altri temi. Ma molte cose erano frattanto avvenute. L’onda del neoliberismo aveva investito   anche diversi   settori   della sinistra. Non pochi   di essi nutrirono   l’illusione di poter cavalcare la “globalizzazione buona” e promuovere la “globalizzazione dei diritti”. Con il duplice risultato del dissolvimento della sinistra, allontanatasi dall’ottica dei lavoratori, e   dell’impoverimento dei diritti del lavoro.   A dimostrazione   che l’esigenza di un diverso approccio al tema   del lavoro permane, al di là dei cambiamenti di epoca e di fase, l’argomento fu riproposto dodici anni dopo   da   A.R.C.O., Associazione per la Ricerca e la Comunicazione, guidata dal professor Giovanni Battista Montironi, docente di   Sociologia del lavoro all’Università degli Studi di Perugia. Montironi, scomparso purtroppo di recente,   aveva curato   la ristrutturazione organizzativa dell’Alfa Romeo di Arese mostrando che le nuove tecnologie,   se favorivano il Capitale riducendo i suoi fabbisogni di lavoro, fornivano però, al Lavoro, l’occasione di modificare a proprio vantaggio i rapporti di   forza in fabbrica. Tanto è vero che la Fiat, appena entrata in possesso dello stabilimento di Arese, eliminò la riorganizzazione di Montironi, pur avendone in precedenze adottato   nelle proprie scuole per la formazione dei dirigenti, il testo in cui se ne dava conto. A.R.C.O.   presentò le proprie “Idee per un Programma Politico” il 28 ottobre del 2005, ospite   nel salone in via Ostiense 152/b   della Comunità di Base di  San Paolo, sorta da tempo per la spinta profetica di Giovanni Franzoni, già padre conciliare e abate della Basilica di S.Paolo. Pure le “idee” di A.R.C.O. non ebbero   però seguito.   Ultimo in ordine di tempo a rilanciare il tema di un modello di impresa che ponesse il lavoro al centro della sua organizzazione è stato il compianto professore Bruno Amoroso, economista dell’Università di Roskild (Danimarca) con il suo Centro studi Federico Caffè di Roma.   Illustrò il progetto   sul numero 2 del 2011 della Rivista Giuridica della Cgil sotto il titolo “ Lavoro e Redditi – Dagli Ammortizzatori Sociali   a Nuove Forme di Organizzazione Economico Sociale ”, nel quale sosteneva che la disoccupazione aveva ormai carattere strutturale e che quindi risultava inadeguato   il sistema esistente di ammortizzatori sociali,   concepito per far fronte agli effetti transitori della congiuntura economica.   Per affrontare la disoccupazione di carattere strutturale doveva quindi porsi   mano alla creazione di posti di lavoro e a tal fine si sarebbe dovuto ricorrere a “nuove forme di organizzazione economico sociale”, in altri termini si sarebbe dovuto ricorrere ad un modello di imprese che assumessero la centralità del lavoro   e portare a sistema   il gran numero di imprese esistenti che non facevano del profitto la propria funzione obiettivo.   E sono davvero molte   le   imprese   con questo requisito: sono le imprese sociali, quante   costituiscono quello che secondo alcuni sociologi ed economisti costituirebbero   il cosiddetto capitalismo molecolare  che,  secondo altri loro colleghi, di capitalistico avrebbero poco o niente.   S ono ancora le organizzazioni produttive promosse dalla imprenditoria che Angelo Detragiache definì popolare , sorta per lo più da “spin-off “di imprese   ristrutturatesi esternalizzando fasi del proprio processo produttivo   o taluni servizi. Sono un’infinità. Non riescono a fare sistema in mancanza di una politica che le sostenga e, così frammentate, restano spesso subordinate, come anche lo sono molte volte alcune forme di lavoro autonomo, alle imprese di tipo capitalistico,   quasi alla pari del lavoro dipendente, senza averne però   le garanzie, da esso conquistate con le lotte. Il progetto prevedeva tra l’altro anche   la costituzione di un “Fondo Solidale per l’Occupazione” . Si trattava, insomma, dello stesso impianto, ovviamente aggiornato,   del progetto del Coopsind del 1983, che non a caso venne citato nel seminario   svoltosi nel  s alone Di Vittorio della sede nazionale della Cgil    per illustrare il progetto.   Pure quella volta non vi furono sviluppi.   Ora però   l’esigenza   di un nuovo modello economico, di cui tanti parlano in questi giorni, anche se chiamandolo secondo me impropriamente di sviluppo, e sulla quale   autorevolmente   insiste molto Maurizio Landini,   rende improcrastinabile che ci si renda conto e ci si responsabilizzi del fatto che un nuovo modello economico richiede imprescindibilmente  di  sottrarre il Lavoro dalla subordinazione al Capitale, sviluppando e portando a sistema il modello di impresa  nel quale  il Lavoro come funzione obiettivo si affianchi in una proficua coesistenza competitiva nell’impresa avente il profitto come   funzione obiettivo.   Che a promuovere   lo sviluppo di “formazioni economico sociali” di questo tipo sia   il sindacato o siano altri soggetti sotto la spinta di   forze   politiche che ritrovino nel Lavoro il loro principale riferimento, o ambedue, non importa. Un dato,   però, appare certo:   senza che   il Lavoro entri nello scenario economico come   soggetto non subalterno ad   alcuno, non vi sarà alcuna   riconversione né ambientale né sociale di alcuna economia.  
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