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"Tra incentivi e Industria 4.0 a rimetterci รจ sempre il lavoratore. Cosa si nasconde dietro la retorica della ripresa". Intervento di Lorenzo Tamberi (29/12/17 09:12)

La fine di questo 2017 è stata segnata, tra gli altri, dal rinnovato ottimismo di padroni e investitori, come certificato dall’Istat e dal Sole 24 ore, solitamente ben informato dell’aria che tira tra gli industriali.Nei giorni delle feste di Natale, tra un brindisi ed un panettone, il quotidiano di Confindustria, paradossalmente a rischio fallimento (!!), ha sfornato i dati sugli investimenti in macchinari dell’anno che volge al termine. Ebbene la produzione del settore è aumentata 9% su base annua e del 44% dall’inizio della crisi. Il merito di questo miglioramento viene attribuito al piano Calenda, definito una “rivoluzione copernicana” nel campo dei beni strumentali.La principale novità del sistema di incentivi messi a punto dal Ministro dello Sviluppo Economico riguarda la proroga del super ammortamento per le spese in macchinari, seppure ridotto al 130%, e l’estensione dell’iper ammortamento per i macchinari di generazione 4.0 al 250%. Tradotto in termini comprensibili, significa che lo Stato permette agli industriali di aumentare il valore delle macchine delle percentuali sopra indicate in bilancio, in modo da aver consistenti vantaggi fiscali.I risultati, in termini di aumento di produzione e fatturato, non si sono fatti attendere per questo settore, con un fatturato aumentato dell’8,2% e le consegne interne che segnano un +10,2%. Tuttavia, a spulciare le cifre, si nota che una buona quota dell’aumento di fatturato è dovuta all’export, da sempre motore trainante del settore, in crescita del 7,2%. Ossia produciamo più macchinari, che è un bene, per mercati la cui domanda è ripartita in modo sostanziale, mentre sulla durevolezza della domanda interna “non v’è certezza”. Data l’insicurezza internazionale, la difficile situazione politica in Germania e l’aumento del prezzo del petrolio, la domanda “esogena” potrebbe subire contraccolpi indipendentemente dalla domanda interna italiana.Al netto delle alchimie contabili e statistiche, vi sono poi delle domande a cui il quotidiano di Confindustria non sembra interessarsi, cosa che non stupisce visto gli interessi a cui risponde.In Italia chi paga il conto di questi incentivi?In una situazione macroeconomica di Pil stagnante e aumento costante del debito pubblico, con un sistema di finanza statale in cui l’obbligo del pareggio di bilancio è inscritto in costituzione e le leggi di bilancio devono superare il vaglio europeo, dove verranno reperite le risorse per coprire le mancate entrate causate dagli sgravi fiscali?Ebbene, come da una decina di anni a questa parte, i soldi verranno reperiti con i tagli alla spesa pubblica, cioè attraverso la riduzione delle spese per ospedali, alloggi pubblici, scuola e pensioni. Un nuovo scintillante macchinario al posto di decine di posti letto nelle strutture sanitarie pubbliche, un robot al posto della stabilizzazione di migliaia di precari della ricerca (vedi questione CNR), un tornio a cinque assi al posto di un aumento delle pensioni minime.Gli economisti neoliberali rispondono a queste obiezioni sostenendo che gli incentivi contribuiscono a creare posti di lavoro e ad aumentare in modo sostanziale del Pil. In questi anni non abbiamo visto ne l’uno ne l’altro risultato, mentre il divario sociale in Italia continua a crescere (vedi indice Gini, che nel 2016 ha raggiunto l’0,516 in una scala da 0 a 1), con i ricchi sempre più ricchi e la platea dei poveri in costante aumento.Non vi sono poi dati certi sull’impatto di queste nuove tecnologie sul mercato del lavoro. Possiamo rifarci solamente alle previsioni di numerosi economisti (Frey e Osborne su tutti), che vedono come principale conseguenza nel breve e nel medio termine del sistema di automazione e innovazione tecnologica che va sotto il nome di Industria 4.0 una notevole emorragia di posti di lavoro.Nonostante queste autorevoli voci, assieme agli incentivi non è previsto alcun vincolo alla delocalizzazione, con imprese che possono comprare nuovi macchinari con gli aiuti dello Stato e spostare rami d’azienda a più alta intensità di lavoro all’estero. Siamo comunque certi che alla prima delocalizzazione in grado di superare la cortina di silenzio che da anni grava su queste pratiche gli stessi promotori della legge (PD in primis) si stracceranno le vesti in diretta televisiva contro questo o quel padrone cattivo.Infine, che tipo di lavoro verrà creato nei prossimi anni? Al momento, in mancanza di dati, possiamo avanzare delle ipotesi. I nuovi posti di lavoro saranno più precari, grazie a un ventennio di riforme dal pacchetto Treu al Jobs Act, e peggio pagati, visto che con la disoccupazione attuale l’esercito proletario di riserva, ossia chi è pronto a fare ogni tipo di lavoro per pochi spiccioli, non manca. Come se non bastasse l’esplosione già certificata dall’Istat del lavoro a chiamata, dei contratti a termine, del lavoro gratuito degli studenti reso obbligatorio dalla Buona Scuola, contribuiscono a dipingere un quadro fosco per il futuro prossimo. Per il futuro remoto possiamo affermare con certezza che i precari di oggi non potranno contare su una pensione sufficiente a sopravvivere e saranno costretti a lavorare fino a che sarà loro fisicamente possibile, per poi sperare di passare a miglior vita quanto prima.Ci piacerebbe quindi che per una volta fosse invertito l’ordine di spesa della Stato. Invece che incentivi alle imprese nella speranza che creino lavoro, aumenti salariali per i lavoratori, stabilizzazione dei precari, abolizione del lavoro parasubordinato nelle sue varie forme, per vedere se in questo modo la domanda interna cresce e l’Italia riparte. La tanto agognata ripresa per merito dei lavoratori!Ovviamente non crediamo che questi doni cadano dal cielo, né che ci sia alcuna forza politica in grado anche solo di porre la questione. Ci rimbocchiamo quindi le maniche, come sempre, perché solo attraverso la lotta possiamo tentare l’assalto al cielo. *redazione Lotta Continua, Pisa
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