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“Ribellarsi non basta. I subalterni e l’organizzazione necessaria”. Recensione di Vittorio Bonanni al saggio di Lorefice (25/02/18 11:02)

Quando si parla di “subalterni” vengono in mente due figure centrali del pensiero politico-filosofico  e antropologico: da un lato Antonio Gramsci, il primo a dare grande dignità culturale alle cosiddette classi subalterne, identificando proprio con questo aggettivo chi era schiacciato dal potere ma che si stava già attrezzando per trasformarsi da oggetto a soggetto. E poi Alberto Maria Cirese, uno dei padri dell’antropologia italiana scomparso pochi anni fa, il cui manuale “Cultura egemonica e culture subalterne”, ispirato appunto alle tesi gramsciane, è stato sfogliato a partire dal 1971 da tanti studenti e intellettuali italiani interessati ad un tema che stava esplodendo, con gli esclusi che non avevano più intenzione di rimanere tali reclamando senza mezzi termini potere e diritti che la rinata democrazia si era ben guardata dal dare loro. Ora il quadro è di nuovo cambiato e, come è visibile agli occhi di tutti, la situazione di chi lavora e di chi lavoro non ha è ben peggiorata rispetto alle grandi conquiste del dopoguerra,senza che ci sia nessuno, o quasi, a dare loro una mano e soprattutto a rappresentarli. Bene ha fatto dunque Fulvio Lorefice, ricercatore in Storia dell’Età Contemporanea nei secoli XIX e XX presso l’Università di Bologna, ad impegnarsi per far uscire, presso le edizioni Bordeaux “Ribellarsi non basta. I subalterni e l’organizzazione necessaria” (pp. 100, euro 12,00). Lo studioso prende in esame quello strumento, entrato in una crisi verticale di immagine e di identità, che una volta, certamente insieme alle organizzazioni sindacali, rappresentava i lavoratori, ovvero i partiti di massa. La forma di organizzazione politica storicamente più alta “è oggi ampiamente screditata”, dice l’autore riferendosi ai partiti, non solo nel nostro disgraziato paese ma anche dove queste organizzazioni hanno mantenuto una loro maggiore dignità, come in Germania, Gran Bretagna, paesi scandinavi e via dicendo. Con il risultato che l’elettorato, non sapendo a chi rivolgersi, o non si reca alle urne, oppure premia formazioni xenofobe e di estrema destra.  Del resto sono  proprio gli esclusi quelli che ci rimettono da questa crisi della sinistra nella sua complessità proprio perché, come dice lo stesso autore citando Alfio Mastropaolo, i partiti secondo il pensiero liberale ottocentesco erano “parti , pregiudizievoli  dell’Unità dello Stato e del bene comune”, sgraditi come erano e sono “perché schiudessero gli accessi ai quartieri alti della politica e dello Stato anche alle classi inferiori e e alle loro richieste”.  Un fenomeno che malgrado le intenzioni della destra e dei poteri forti è stato inarrestabile, rallentato certamente dalle due grandi guerra e che ha conosciuto poi, dopo il ’45 una grande esplosine democratica.     La forma storicamente più alta di organizzazione politica, il partito, è oggi ampiamente screditata. Quale sostanza politica si cela dietro questa circostanza? Quali sono le caratteristiche dell’ordinamento politico-istituzionale venuto a delinearsi in questi anni? È possibile restituire un senso e un’efficacia alla politica prescindendo dall’organizzazione? Da Syriza a Podemos, attraversando Gramsci, i Luoghi Idea(li) e il Partito sociale, in lungo e in largo nelle pieghe dei meccanismi di dominio capitalistico, Lorefice ricerca e indaga quegli strumenti politici e organizzativi in grado di riaprire la contesa egemonica sulla «modernità». Per una società giunta a un alto grado di sviluppo e complessità, il tema dell’organizzazione politica diviene pertanto centrale per restituire slancio e protagonismo ai subalterni, respingere un’idea di politica fatta da pochi e per pochi, pensare a un nuovo rapporto tra società e istituzioni.
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