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Quella strana idea della forza che poggia sulla fragilità. In mostra a Roma "duecento opere fragili" nate dopo il saggio di Roberto Gramiccia (21/01/18 09:06)

La fragilità è senza tema di smentita la caratteristica che accomuna tutti gli umani, senza distinzione alcuna. Chi tra di noi può considerarsi non fragile? Nessuno. Né il più ricco tra gli uomini o tra le donne, né chi ha raggiunto un ottomila metri senza ossigeno o sfidato i nazifascisti durante la Seconda guerra mondiale. Queste persone che abbiamo citato l’hanno sfidata la fragilità e dunque la morte, come colui che non si arrende di fronte ad una malattia apparentemente incurabile. Naturalmente chi vive ai margini di questo mondo, che non avrei timore a definire cinico, dove i più poveri vivono in balia di una condizione di rinnovata schiavitù del XXI secolo, è fragile per eccellenza ma anche da questa sua disperata condizione può scaturire qualcosa di grandioso, come successe nell’800 e nel ‘900 quando chi non aveva nulla da perdere fuorché le proprie catene ha rivoluzionato il mondo. Questa tematica, così centrale nella storia dell’umanità, è il tema portante del libro di Roberto Gramiccia, medico, scrittore e critico d’arte, “Elogio della fragilità” (Mimesis, pp 128, euro 12,00), giunto alla sua seconda edizione, dalla pubblicazione del quale sono scaturite due brillanti iniziative: un “Manifesto della fragilità”, firmato da politici, artisti, scrlttori, che hanno voluto così manifestare la loro adesione e sensibilità nei riguardi del dramma della condizione umana per eccellenza; e poi una mostra inaugurata da poco fino al 24 febbraio, intitolata “Dimensione fragile”, dove viene presentato il manifesto e le 200 opere fragili esposte da altrettanti artisti e che verranno donate alla Biblioteca Vallicelliana di Roma (ore 10,30 l’appuntamento) per la creazione di una collezione che verrà incrementata nei successivi appuntamenti annuali in biblioteca. Tra i relatori, oltre allo stesso Gramiccia, ci sono stati Paola Paesano, Alberto Dambruoso, Giorgio De Finis e Simone Oggionni. Perché questi artisti in una mostra sulla fragilità? “Perché in qualche modo, in determinati periodi, per attitudine poetica, metodo o linguaggio, hanno creato le loro opere nel segno della fragilità” si legge nella presentazione della mostra. I lavori presenti sono di piccolo formato 14x20, “piccole carte tenute insieme da un comune sentire e che nella loro lettura unitaria e complessiva possono restituire il senso del movimento”. Insomma, l’idea della fragilità, malgrado la sua apparente negatività, sembra, se lo si vuole, essere tutt’altro. Libri, mostre, dibattiti, ricerche sono i bei frutti nati da un albero apparentemente in decadenza e invece pieno ancora di vitalità.
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