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1 MARZO 2010, SCIOPERO DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI MIGRANTI (13/01/10 15:59)

di Stefano Galieni Il valore simbolico di uno sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici migranti, continua a far discutere e costringe a prendere posizione. Rappresentanti del movimento che viaggia soprattutto via web (primomarzo 2010) hanno incontrato alcune associazioni e sindacati confederali che preparavano invece una propria iniziativa. Si va promuovendo un coordinamento “blacksout” che ha già prefigurato un'altra data il 20 marzo, il giorno che precede la giornata internazionale contro il razzismo, ipotesi di iniziative ancora da vagliare. L’incontro informale che c’è stato la scorsa settimana e che necessita di ulteriori passaggi, si è posto l’obiettivo di collegare fra loro i due percorsi senza che entrino in competizione. La parola tanto evocata “sciopero” è però oggetto di discussione. Secondo Piero Soldini, responsabile nazionale immigrazione della Cgil:«L’ispirazione è condivisibile. C’è per noi la necessità di dare continuazione alla manifestazione del 17 ottobre valorizzando il protagonismo degli immigrati. Vogliamo ragionare ma esistono due problemi. Intanto lo sciopero come astensione dal lavoro è una suggestione letteraria o cinematografica ma è difficilmente concretizzabile. Gran parte degli immigrati neanche potrebbe essere raggiunto da tale proposta dato quello che sono i sistemi di comunicazione. Molti e molte ne sarebbero esclusi per le condizioni di precarietà e ricattabilità in cui vivono, difficilmente potrebbero astenersi dal lavoro. E poi temiamo che lo sciopero possa avere un effetto auto emarginante». Soldini parla invece della necessità di costruire un atteggiamento positivo, di una proposta più forte e efficace. «Il primo marzo- continua – potremmo partire con una astensione dai consumi, così come si farà in Francia. Dal primo al 20 iniziative sul territorio, in situazioni specifiche, ponendo al centro il protagonismo di ognuno per poi puntare ad una giornata di astensione lavorativa sabato 20. Un sabato da vivere come giornata di festa. Già l’ 80% degli italiani non lavorano, e si potrebbe chiedere anche agli immigrati costretti a forme di assoggettamento di chiedere un giorno di riposo. Un giorno in cui gli immigrati non dovranno scomparire ma inondare i luoghi della socialità, cinema, teatri, chiese, pizzerie, magari portando, insieme ad italiani responsabilizzati, un segno di riconoscimento. Sarebbe un evento forte e convincente». Di fronte alla richiesta di uno sciopero vero e proprio, la Cgil avanza delle proposte. Intanto già in una giornata da decidere, probabilmente ad inizio marzo, ci sarà uno sciopero generale contro la crisi che avrà fra i punti di convocazione anche le tematiche legate ai danni apportati dalla Bossi Fini. Se poi questo comitato unitario che sta nascendo con altre forze rivolgerà un appello a tutti i sindacati si può prevedere uno sciopero “tematico” con assemblee nei luoghi di lavoro che a detta di Soldini, imporrebbe di affrontare non solo politiche sindacali ma anche di carattere culturale. Il comitato unitario che si sta costruendo prende il titolo Blacks out dal volume in uscita il 14 gennaio del giornalista di Repubblica Vladimiro Polchi, in cui si prova ad immaginare una giornata in Italia in cui la presenza immigrata scompaia improvvisamente. «Libro e comitato seguono però due percorsi paralleli ma distinti – sottolinea l’autore – Sono interessato all’iniziativa perché è controintuitiva. Le associazioni che si occupano di immigrazione, i sindacati, alcune forze della sinistra, la chiesa, fa spesso informazione per valorizzare la presenza migrante in Italia ma a mio avviso non basta. Il giorno in cui anche simbolicamente dovessero invece sparire la vita quotidiana di tutti sarebbe sconvolta. Basti pensare ad un risveglio senza quegli elementi di welfare assenti a cui sopperiscono soprattutto le donne migranti. Cambierebbero tante cose, forse magari diminuirebbe anche la microcriminalità, ma la vita in Italia sarebbe migliore o peggiore?». Polchi considera necessario uno shock, afferma che non basta un semplice segnale o una iniziativa comunicativa ma è necessario che nel Paese ci si renda conto che leggi migliori che magari portino a regolarizzare chi vuole vivere e lavorare, farebbero diminuire i problemi e migliorerebbero la qualità della vita per tutti. Di questo comitato in formazione fa parte anche l’Arci. Filippo Miraglia, responsabile nazionale immigrazione spera che questa vicenda faccia riflettere sul significato della presenza degli stranieri in Italia:« Accadono i fatti di Rosarno – dice – e, nella discussione, più che raccontare i fatti si racconta della loro rappresentazione, si parla di “clandestini” quando gran parte delle persone coinvolte hanno a vario titolo permessi di soggiorno. Questo serve a far emergere solo il peso degli immigrati. A me non piace un concetto ambiguo come “utilità”. Penso che i 4 o 5 milioni di migranti presenti in Italia hanno mutato la fisionomia del Paese e ne fanno parte integrante. Loro e i loro figli sono parte del nostro futuro, un futuro in comune. Vale per noi ma anche per il resto d’Europa per questo penso che bisogna partire dalla mobilitazione francese e continuare a fare iniziative nei territori. Certo noi non possiamo proclamare uno sciopero, siamo una associazione e non un sindacato, ma possiamo fare e faremo iniziative culturali e politiche».
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