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Fiat. Il Natale di lotta di Termini Imerese (24/12/09 18:15)

di Fulvio Lo Cicero La Fiom propone lo sciopero ad oltranza e l’occupazione della fabbrica. Iniziative e manifestazioni per le vacanze natalizie. Epifani (Cgil): “Assurdo un solo produttore di auto in Italia” TERMINI IMERESE (PA) - «E come vuole che sia questo Natale? Triste, soprattutto pensando ai nostri bambini» dice la giovane donna alla giornalista Rai che le pone una domanda un po’ scontata. Il marito è appena tornato da Roma, dove ha presidiato inutilmente piazza Montecitorio per protestare contro la chiusura della sua fabbrica. Ma il progetto da mesi anticipato sembra oramai una ineluttabile realtà. Nei programmi futuri del Lingotto non rientra più la fabbrica siciliana. Soltanto un anno e mezzo fa, dicono i delegati Fiom, lo stesso Sergio Marchionne la pensava in tutt’altro modo, avendo preso l’impegno di investimenti per 600 milioni e la promessa che proprio lì, in Sicilia, si sarebbe continuato ad assemblare la Lancia Ypsilon, la cui produzione, invece, è stata dirottata definitivamente in Polonia. Perché Termini Imerese chiude Dal 2012, la fabbrica Fiat cessa di esistere; definitivamente. Non è possibile una soluzione alternativa. Il Lingotto ha oramai scelto la linea di internazionalizzazione della sua produzione. Già adesso, non è che si possa ancora considerare la Fiat una “azienda italiana”. Nel nostro Paese, infatti, produce 650 mila autovetture ma la sua produzione globale è il triplo; quindi, due terzi delle auto che escono dalla filiera provengono dall’estero già oggi. Nulla di simile succede a marchi altrettanto storici quali “Mercedes” e “Bmw”. Nonostante una struttura del costo del lavoro molto simile alla nostra – anzi, per certi versi, ancora più rigida – le aziende tedesche non delocalizzano se non in una percentuale assolutamente minoritaria e, in ogni caso, le vetture vendute sul territorio domestico sono tutte prodotte in Germania. Al Lingotto asseriscono che, certo, il costo del lavoro fa la sua parte ma non è tutto. Ciò che si è dimostrato deleterio a Termini Imerese sono le infrastrutture, la logicista, le carenze delle vie di comunicazione, che appesantiscono un costo di produzione già alto. Quindi, alla base della decisione presa da Marchionne c’è il piano politico, cioè l’incapacità, soprattutto dei vari governi regionali, di potenziare il sito industriale siciliano, con investimenti finalizzati alla modernizzazione di quell’area geografica. La rabbia dei dipendenti Intanto qualsiasi attività è bloccata nell’azienda siciliana. Gli operai, appena tornati da Roma, presidiano i cancelli e ricevono la solidarietà dei cittadini. Il governatore della Regione Sicilia – che ha già rilevanti problemi politici con la sua maggioranza ed è alla ricerca di una salvezza nel Partito democratico – usa parole durissime: «Sono loro che continuano a tradire la Sicilia. La Fiat parla a Palazzo higi, davanti al Governo, di rilanciare Imola, Jesi o Pomigliano, di salvare la ex Bertone, di piani strategici straordinari. Ma per Termini Imerese, considerato un vuoto a perdere, non vede futuro. Inconcepibile, uno scandalo». Scatta da oggi la cassa integrazione per gli operai della Fiat di Termini Imerese (Palermo). La fabbrica riaprirà il prossimo 7 gennaio per poi fermarsi nuovamente dal 25 al 30 gennaio. Intanto, i sindacati e gli operai si stanno preparando per nuove forme di protesta dopo l'ufficializzazione della chiusura della fabbrica a partire dal 2012. La Fiom, dopo un’infuocata assemblea, ha proposto la sciopero ad oltranza e l’occupazione dello stabilimento. Secondo Gugliemo Epifani, segretario generale della Cgil, non appare normale che in un settore così importante come quello automobilistico ci sia in Italia un solo produttore: «Sono state superate le rendite di posizione in tanti altri campi, pubblici e privati, e sarebbe positivo che anche nell'automobile si arrivasse a una situazione di maggiore competizione tra costruttori». Ed allora, suggerisce il leader del più grande sindacato italiano, ben venga un costruttore straniero: «Non accettiamo il fatto che la Fiat abbandoni la produzione a Termini e abbiamo preteso l'apertura di un tavolo di confronto. Se poi qualche altro produttore vuole farsi avanti, con lo stesso stato d'animo noi valuteremo quella proposta dal punto di vista delle garanzie per i lavoratori. L'unica cosa da evitare è perdere 24 mesi nella vana attesa che arrivi il cavaliere bianco dalla Cina». Se arriva lo straniero In effetti, quello che i dipendenti dell’azienda torinese ora sperano è l’arrivo di un imprenditore dall’estero, cosa che certo non farebbe piacere alla Fiat. Ma il ragionamento che sta maturando in queste ore fra le maestranze è più o meno questo: la Fiat abbandona una fabbrica ancora competitiva, con dipendenti altamente professionali. Bene, se non ci vuole più, cediamo al miglior offerente la fabbrica e il Lingotto si tolga finalmente dai piedi. «Altro che antieconomica – osserva il senatore democratico Giuseppe Lumia - Termini Imerese è una realtà produttiva strategica con grandi potenzialità. Di tutto questo ne era convinto, fino al 2008, lo stesso amministratore delegato dell'azienda, Sergio Marchionne, tenace sostenitore del cosiddetto 'piano À, che prevedeva la costruzione di nuovi modelli e un incremento dei livelli occupazionali di circa 2000 unità. Quali le ragioni che oggi gli hanno fatto cambiare idea? Ad oggi la Fiat è l'unica casa automobilistica in Europa che ha deciso di chiudere uno stabilimento nel proprio Paese». Ancora più duri i responsabili della Fiom-Cgil. «Marchionne ha mostrato tutta la sua arroganza, ha usato toni molto gravi su Termini Imerese – afferma Roberto Mastrosimone, segretario del sindacato dei metalmeccanici della cittadina siciliana –  Avrà pure salvato la Fiat, ma non si può permettere di mortificare la dignità di tremila persone che hanno contribuito a fare grande questa azienda che ha avuto tanto dai governi. La nostra risposta sarà decisa». Parole e atteggiamenti che oramai caratterizzano la contrapposizione fra una intera Regione e l’amministratore delegato del Lingotto. La convinzione è che la strada intrapresa dal gruppo torinese, dopo l’acquisizione della “Chrysler”, sia quella di pensare al mercato mondiale senza intoppi sul costo del lavoro e su questioni nazionali. Se questa è il piano industriale, ragionano sindacati e forze politiche siciliane, dopo tutti gli incentivi e i finanziamenti statali di cui la Fiat ha usufruito, allora ben vengano indiani o cinesi. “La fabbrica di Termini Imerese appartiene alla Sicilia: la Fiat sa bene dov’è la porta di uscita, la imbocchi e se ne vada per sempre” affermano i dipendenti, anche se la voce è rotta dall’emozione e dalla rabbia. Come sempre in un divorzio conflittuale.
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