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Ambiente, 24 paesi del Sudamerica approvano la convenzione per difendere i leader ambientalisti (10/03/18 09:37)

Secondo il recente rapporto di Global Witness, ogni settimana nel mondo vengono uccisi circa 4 ambientalisti e la cifra reale è probabilmente più alta. Molti altri difensori dell’ambiente vengono picchiati, intimiditi e forzati ad abbandonare le loro terre e dei 197 ambientalisti uccisi nel 2017 il 40 – 50% viveva in comunità autoctone e locali. Lanciando nei giorni scorsi a Ginevra l’iniziativa dell’Onu sui diritti ambientali, il direttore esecutivo dell’Unep Erik Solheim aveva sottolineato che «Coloro che lottano per proteggere il pianeta e la gente dovrebbero essere celebrati come eroi, ma la triste realtà è che molti pagano un pesante tributo per la loro sicurezza e pagano perfino con la vita». Una risposta all’appello di Solheim e alla denuncia di Global Witness arriva per prima proprio dall’America Latina e Caraibi, la regione dove nel 2017 sono stati assassinati più ambientalisti, con l’approvazione del trattato Principio 10 – “Acuerdo Regional sobre el Acceso a la Información, la Participación Pública y el Acceso a la Justicia en Asuntos Ambientales en América Latina y el Caribe”, approvato a Escazú, in Costa Rica, da 24 Paesi dell’area. Nella sala del summit campeggiava un ritratto di Berta Cáceres, l’indígena hondureña assassinata il 3 marzo 2016 – sembra su mandato della compagnia elettrica statale – perché si opponeva a una diga idroelettrica e che è diventata il simbolo di un trattato internazionale che riguarda le misure speciali che i governi devono prendere per proteggere i difensori dell’ambiente in America Latina e nei Caraibi. Gli impegni sono riassunti nell’articolo 9 “Defensores de los derechos humanos en asuntos ambientales” di quello che è stato chiamato anche “Acuerdo de Escazú” e nel quale si legge che ogni Paese «garantirà un ambiente sicuro e propizio nel quale persone, gruppi e organizzazioni che promuovono e difendono i diritti umani in materia ambientale possano agire senza minacce, restrizioni e insicurezza». L’articolo prevede anche che saranno adottate misure adeguate ed efficaci per riconoscere, proteggere e promuovere tutti i difensori dei diritti umani in materia ambientale, così come misure appropriate, efficaci e tempestive per prevenire, indagare e punire attacchi, minacce o intimidazioni. Secondo Carole Excell, direttrice environmental democracy practice del World resources institute, «Si tratta di un momento storico per l’America Latina e il Caribe. I Paesi della Regione hanno l’opportunità di approvare un accordo sui diritti ambientali giuridicamente vincolante che non solo aiuterà a prevenire e punire gli attacchi contro i difensori dell’ambiente, ma che renderà anche più facile a milioni di persone accedere all’informazione ambientale e a partecipare alla presa di decisioni che interessano le loro vite». La Excell ha spiegato a Mongabay Latam che «Il processo per arrivare a questo accordo ha richiesto fino a 6 anni. Siamo arrivati alla fine di un negoziato importante perchè si tratta della prima volta che dei Paesi in via si sviluppo trovano un accordo che si concentra in maniera specifica sui diritti ambientali, la partecipazione, la cittadinanza e il diritto alla giustizia». Anche secondo l’ambientalista cilena Andrea Sanhueza Echeverría, «Questo summit cambia le regole del gioco su come si prendono le decisioni sui temi ambientali in America Latina e nei Caraibi. Una volta che sarà entrato in vigore, la cittadinanza potrà essere parte delle decisioni su progetti e politiche che la riguardano. Si tratta di un accordo vincolante, vale a dire che i governi dovranno attuarlo una volta firmato e ratificato da ognuno dei paesi. La regione aveva già fatto abbastanza in merito di accesso all’informazione pubblica, però, in quanto a partecipazione civica, i nostri paesi hanno meccanismi molto deboli». Per quanto riguarda gli accordi per proteggere gli ambientalisti, la Sanhueza ha sottolineato che «Sarà il primo trattato internazionale al mondo che riconosce la situazione che stanno vivendo queste persone e che offra garanzie per una loro migliore protezione». Per entrare in vigore il trattato Principio 10 ha bisogno che lo ratifichino almeno 11 dei 24 governi dei Paesi che lo hanno approvato e in molti sperano che questo avvenga entro il settembre 2020, quando partiranno i 90 giorni per la sua entrata in vigore effettiva. Vanessa Cueto, della ONg peruviana Derecho, Ambiente y Recursos Naturales, ha ricordato che «La clausola riguardante i difensori ambientali all’inizio dei negoziati non era stata considerata è stata la società civile a spingere per il suo inserimento». La Cueto ha anche rivelato che la Colombia e il Messico avevano molte riserve sull’articolo 9 e che «Questa situazione era molto preoccupante, però alla fine è stato approvato e il governo peruviano ha votato a favore».Proprio la Colombia e il Messico sono i Paesi con più ambientalisti assassinati e minacciati e la loro richiesta che i Paesi potessero non ratificare alcuni articoli ha sollevato molte preoccupazioni tra gli ambientalisti e le delegazioni degli altri governi che hanno partecipato al summit di Escazú, ma il primo passo è stato fatto e ora tocca ai governi ratificare l’accordo per trasformarlo in azioni concrete per la difesa dei diritti ambientali. Come ha ricordato a Ginevra l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani dell’Onu, Zeid Ra’ad Al Hussein facendo riferimento alle sue recenti visite in Papua Nuova Guinea e alle Figi, dove ha potuto toccare con mano l’impatto dell’industria estrattiva e dei cambiamenti climatici sui diritti individuali, «Le violazioni dei diritti ambientali hanno un impatto profondo su tutta una serie di diritti umani, compreso il diritto alla vita, all’autodeterminazione e al cibo, all’acqua e al’igiene, alla casa, ma anche sui diritti culturali, civili e politici. E’ essenziale che le persone più colpite possano partecipare in maniera significativa alle decisioni relative alla terra e all’ambiente». Al Hussein ha fatto notare due tendenze inquietanti: l’aumento delle intimidazioni e degli omicidi degli ambientalisti e il crescente tentativo di sempre più Paesi di limitare le attività delle ONG. L’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani dell’Onu ha concluso: «Gli Stati hanno la responsabilità di prevenire e punire le violazioni dei diritti commesse dalle società private sul loro territorio e le imprese hanno l’obbligo di evitare di attentare ai diritti umani degli altri. Spero che questa nuova iniziativa sarà in grado di incoraggiare gli Stati e le imprese a conformarsi a questi obblighi».
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